Gent.ma dott.ssa Fiammetta Borsellino, mi chiamo Vincenzo Zurlo, sono l’autore di un libro inchiesta sulla morte di suo padre “Oltre la trattativa – Le verità nascoste sulla morte di Paolo Borsellino tra depistaggi e bugie”, sono soprattutto un sottoufficiale dell’Arma, che ha lavorato nel ROS del generale Mori. Sin dalla scelta di arruolarmi nell’arma avevo in mente una precisa idea di giustizia, un’idea che ha molto a che fare con la dignità: col radersi la barba evitando il rasoio elettrico, per trovarsi obbligati ogni giorno a fare i conti, nello specchio, con la propria faccia. Così faceva suo padre, nei suoi racconti di figlia maturata all’ombra di un fardello raro e di un raro orgoglio, ché di eroi non ne nascono spesso in questo Paese scaltrito e compiacente, dallo scarso amor proprio e opaco, disarmante e con troppi rovi pungenti. Negli ultimi mesi sempre più spesso si è trovata a infrangere pubblicamente con le sue dichiarazioni il muro di silenzio innalzatosi intorno a quella che lei non ha esitato a chiamare una “storia di orrore e menzogne”. 25 anni sono passati dalla strage di Via D’Amelio e ancora non abbiamo la verità sull’omicidio di Paolo Borsellino, ma continuiamo a fare i conti con le presunte trattative di un processo che poggia su gambe d’argilla, su una narrazione più necessaria che aderente ai fatti. Tra testimoni inattendibili, documenti contraffatti e inspiegabili omissioni, le “gravissime anomalie” che più volte ha elencato, le brillanti carriere dei magistrati prosperate in questi anni, c’è tutto e più di tutto, c’è uno dei depistaggi più corposi e ostinati della storia di questo Paese dalle troppe ombre. Il mio lavoro di ricerca tra migliaia di atti giudiziari confluito nel libro “Oltre la trattativa” mi ha messo più volte di fronte all’assurdo, alla certezza che qualcosa di molto macchinoso si andava costruendo, ad una finta genuinità che veniva propinata ad una distratta opinione pubblica, tralasciando indizi chiari e pratici, come soltanto la verità sa essere. La verità mi ha messo sulla strada dell’informativa mafia-appalti, di quel fascicolo su cui suo padre stava lavorando, in gran segreto mentre cercava piste e spunti investigativi dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, e che è stato abbandonato appena poche ore dopo quel maledetto 19 luglio 1992 da quel Giammanco che di fatto isolerà prima Falcone e poi Borsellino, veri santi laici di questo Paese. Negli ultimi mesi della sua vita Paolo Borsellino ha bevuto più volte al calice amaro del tradimento, ha visto i nemici con la toga appalesarsi con sempre maggior nitore, fino a quella telefonata ricevuta alle 7:00 di quella maledetta domenica, per arrivare poi all’epilogo che conosciamo. Lo squallore di aver ricevuto un tradimento postmortem ha ammantato le indagini seguenti alla sua scomparsa, la vicenda Scarantino, quella Ciancimino ed il processo su una improbabile trattativa, ne sono l’emblema. Il mio è un invito accorato, Fiammetta, a collaborare, affinché non si perda ciò che di buono sembra pur brillare in fondo al fango, affinché la scrittura della verità non venga delegata solo a chi, in questi anni, nulla ha prodotto se non sterili teoremi. Che il testamento di Paolo e Giovanni diventi patrimonio di tutti gli italiani che sapranno rinunciare al puzzo del compromesso.
Ringraziandola per l’attenzione, la prego di accogliere i sensi più alti della mia stima Dott. Vincenzo Zurlo
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