Ad Agosto il Quotidiano Sanità ha pubblicato un interessante articolo , dal titolo “ I figli dei pazienti oncologici si realizzano meno nella vita”. L’articolo riportava i risultati di uno studio danese pubblicato dal Journal of Epidemiology & Community Health, in cui viene evidenziata la correlazione negativa tra la realizzazione accademica e socioeconomica e il tumore dei genitori. Tale correlazione risulta  più forte quanto più grave è la malattia.

“Volevamo esplorare se e fino a che punto eventi stressanti vissuti nella prima fase della vita, come un genitore gravemente malato, influenzassero lo sviluppo del bambino nel lungo periodo”, spiegano le due coautrici Anne Cathrine Joergensen e Anne-Marie Nybo Andersen.

I dati si riferiscono ad un campione di popolazione di bambini danesi , nati tra il 1978-1999.

Dopo aver considerato fattori che potrebbero aver influito sui risultati scolastici dei bambini, come il livello di istruzione dei genitori, i ricercatori hanno rilevato che entro i 15 anni d’età il rischio di avere voti più bassi rispetto alla media era del 5% maggiore tra i ragazzi con un genitore cui era stato diagnosticato il cancro.

Quando ai genitori  era stata fatta una diagnosi di 5 anni di vita, il rischio di voti più bassi era del 25% più alto rispetto ai coetanei con genitori sani. La percentuale arrivava al 30% in caso di morte del genitore.

Questa la notizia e gli esiti della ricerca, che anche se fatta in contesti socio culturali diversi dal nostro ed in una nazione che per antonomasia viene classificata ai primi posti in relazione agli indicatori sulla “qualità della vita”, apre la strada ad una serie di interrogativi ed incognite che soprattutto i familiari di chi è colpito dal cancro, vivono sulla loro pelle.

Oggi i dati del registro tumori , pubblicati dall’ASLNA2NORD, parlano chiaro. L’incidenza di tale patologia, sul territorio che abbraccia gran parte dei Comuni a Nord di Napoli   è pari a quella delle città industrializzate.

Ma al di là della terapia, al di là delle statistiche  bisogna considerare anche gli anonimi reparti ove questi pazienti vengono curati, la mancanza di un supporto psicologico per i familiari, le corse al pronto soccorso se ti capita un malore dovuto alla malattia, che nemmeno il medico curante sa dirti di cosa si tratta.

Le famiglie si disperano, il tempo si ferma, si cristallizza anch’esso nella patologia, ormai è un non vivere.

Ecco perché mi colpisce la suddetta indagine, da sociologa ho pensato, certo i danesi sono più intuitivi e perspicaci se si pongono questo problema.

E noi? Noi qui siamo ancora all’anno zero, e lo afferma chi come me affetta da una leucemia subisce tale disagio, insieme alla propria famiglia. Eppure basterebbe poco, formare ad es. del personale sanitario che anche telefonicamente può dare delle informazioni, formare il M.M.G ( medico di base), che finalmente sa che se prendo il glivec non posso assumere la tachipirina, un’informazione semplice  ma che molti medici non sanno.

Queste sono le azioni più semplici ed immediate da mettere in campo senza dimenticare le croniche criticità quali i laboratori per l’analisi molecolare, che non funzionano regolarmente, l’abbattimento delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici, la  sburocratizzazione delle procedure per l’accesso all’assistenza domiciliare e non ultima la bonifica dei territori della terra dei fuochi.

Il contatto telefonico ad es. eviterebbe di intasare il pronto soccorso, a cui molte volte bisogna rivolgersi anche solo per richiedere gli accertamenti da fare in seguito ad una crisi ipertensiva a cui si va soggetti a causa dei farmaci assunti o dei chemioterapici. D’altro canto la soluzione delle criticità succitate  restituirebbe dignità e serenità ai pazienti , alle loro famiglie ed agli stessi  operatori sanitari .

Ed ancora , perché no,  poter avere assistenza psicologica, soprattutto per i familiari, che se giovani rischiano di dover affrontare una sofferenza molto più grande di loro, soccombendo il più delle volte a livello psicofisico , precludendosi così un futuro e la realizzazione dei propri progetti sia in campo affettivo che professionale.

Dunque ben vengano le statistiche, ma se servono ad andare oltre soprattutto a dare un sostegno concreto ai pazienti oncologici ed alle loro famiglie.

Prendiamo dunque come modello i danesi che annoverano nel loro PIL anche l’indicatore della felicità, in fondo la malattia si cura anche così, con pillole di buon umore, di serena quotidianità.

Affermava Madre Teresa che un sorriso non costa niente e reca felicità a chi lo dona ed a chi lo riceve. Per un paziente oncologico, per la famiglia che l’accompagna un sorriso significa speranza, una tregua per proiettarsi poi sulla faticosa via della guarigione, e credere che nonostante tutto la vita è bella ed ancora più preziosa e cara nella dura prova che bisogna affrontare quando un cancro ci ferisce non solo nel corpo ma soprattutto nell’anima, quando vedi lo smarrimento e l’incredulità dipinta sul volto dei tuoi figli, del tuo coniuge, dei tuoi genitori. Perché è capitato a noi? La domanda viene spontanea ed anche in questi casi bisogna avere la forza di pensare , “perché non doveva capitare a noi”?

Io credo infine, anche in base alla mia esperienza che in questi casi bisogna concepire  pensieri di vita, azioni per la vita, perché il tumore non deve annullare la nostra umanità ma incentivare la solidarietà.

Non la rabbia e l’impotenza dunque, che in un primo momento potrebbero naturalmente insorgere, i quali  essendo sentimenti distruttivi non possono fare altro che peggiorare ancor più l’umore ed il nostro stato di salute.

Un ultimo consiglio vorrei dare a chi si trova a dover combattere un tumore, non abbiate timore a chiedere aiuto, rivolgetevi alle associazioni , non esitate a reclamare i vostri diritti in campo assistenziale e se può esservi utile c’è anche l’URP del D.S.43 , ove potete trovarmi, per informazioni e quant’altro.

Per contatti URP D.S.43-Tel.081.7051514- email: urp.distretto43@aslnapoli2nord.it

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