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Una giornata di digiuno e preghiera per ricordare un vescovo scomodo presto beato.

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romero_ famigliacristiana.it«So che vogliono ammazzarmi, so che sono nel mirino dei violenti. Ma sappiate: se morirò risorgerò nella lotta del mio popolo». Sono le parole del vescovo Romero nella sua ultima omelia prima che venisse ucciso il 24 marzo 1980 da due colpi di fucile mentre alzava il calice di Cristo.

A 35 anni dall’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador Óscar Arnulfo Romero, la Chiesa – come ogni anno – celebra oggi la giornata di digiuno e preghiera in memoria di tutti i missionari martiri.

Guida e speranza per il suo popolo, Romero era figlio di un’epoca conservatrice e appartenente all’alta borghesia, ma divenuto vescovo si fece parola ed espressione dell’oppressione e dei diritti a difesa dei più poveri. Non è il primo esempio di una vita donata e spesa per gli ultimi che si è rivelata per il suo tempo “scomodo”: un esempio di martirio che Papa Francesco ha voluto offrire a tutto il mondo annunciandone la beatificazione il prossimo 23 maggio, senza bisogno di un miracolo.

Negli anni 80, il Salvador ha vissuto un periodo di feroce e spietata dittatura, sottomesso ad un governo violento che si era alleato con gli squadroni della morte e con il gruppo paramilitare Orden seminando morte tra le migliaia di desaparecidos. L’arcivescovo non riuscì a tacere dinanzi a ciò, tanto da denunciare i crimini facendo appello alle forze di polizia e recriminando giustizia sociale.

Nei suoi gesti e nelle sue parole si avvertiva il dolore, la sofferenza, la denuncia, la rabbia ma mai la rassegnazione. Anzi. Preghiera, tenerezza e coraggio hanno sostenuto la “missione” di Romero, di quel “vescovo fatto popolo”! – come lo aveva definito don Tonino Bello in una sua omelia nel settimo anniversario dall’uccisione dell’arcivescovo.

Ma i suoi poveri, il suo “popolo”, lo avevano proclamato santo d’America da subito, perché aveva sfidato la giunta militare per schierarsi apertamente dalla parte degli oppressi tanto da farsi sentire anche con le sue omelie: «Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’esercito, in concreto alla base della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, siete del nostro stesso popolo, perché uccidete i vostri fratelli campesinos? Davanti all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale non ha l’obbligo di essere osservata. È tempo di recuperare la vostra coscienza e di obbedire prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la Legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: basta con la repressione!». Parole, queste, che potrebbero risuonare familiari e tornare utili soprattutto oggi, un tempo in cui il mondo vive un momento storico non più schiacciato esclusivamente dalla crisi ma preoccupato e assorto nella paura di improvvisi e crudeli attacchi da parte di migliaia militanti, giovani e non, dell’Isis. Dinanzi a tutto questo, oggi l’esempio di Romero è attuale e richiama «Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è piena d’ingiustizia e di peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige».