Fonte foto: Ansa

Abbiamo visto cose che noi umani proprio non potevamo immaginare. Ciò che è accaduto in questo ultimo anno sembra uscire dritto dritto dal testamento del replicante di Blade Runner, film visionario di Ridley Scott ambientato, tra l’altro, in un fantascientifico 2019.

A pensarci, la pandemia di Covid19, cominciata in Cina a partire già dal 2019, ha proprio tutto di fantascientifico. Un virus così potente da propagarsi con una virulenza mai conosciuta prima almeno dalle ultime generazioni. Che probabilmente non sapremo mai se, come ci hanno detto, è passato da animale ad uomo oppure è sfuggito al controllo del laboratorio di Whuan
Fatto sta che dal 9 di marzo del 2020 la nostra vita non è stata più la stessa. E questo non solo perché per la prima volta nella storia veniva imposto ad un’intera nazione di respirare dentro una mascherina ma perché negli occhi di molti si poteva leggere il terrore di trovarsi ad affrontare qualcosa di grande e sconosciuto. Che già in Lombardia aveva mietuto decine di vittime.
Un illusione dalla quale ci ha svegliato la fila di camion militari che portavano via i morti di Bergamo. Allora il nostro immaginario popolare è entrato nelle corsie degli ospedali dove medici e infermieri combattevano una battaglia cruenta, quasi senz’armi, contro un nemico potente e ancora in parte sconosciuto.
Abbiamo cominciato a cantare dai balconi perché pensavamo che “tutto andrà bene” o almeno ci credevamo per non farci sovrastare dalla paura. La paura che le notizie di coloro che di questo virus morivano potessero arrivare nelle nostre famiglie, ai nostri cari.
Ma poi pian piano abbiamo visto il Sistema Sanitario nazionale soccombere al sovraccarico di ricoverati, a causa dei tagli nel Bilancio dello Stato che hanno impoverito le strutture, dimezzato il personale. Abbiamo assistito alla fine di molte attività economiche, a causa della chiusura forzata oppure perché non disponevano delle risorse necessarie per sostenere le spese di ripartenza e di adeguamento delle loro strutture con le apparecchiature per la sanificazione.
Con uffici e scuole chiuse, strade deserte ci siamo ritrovati tutti nelle parole di Papa Francesco: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi.”
È stato per sfuggire a questo senso di vuoto desolante che con l’allentamento dei contagi, per le parole irresponsabili di certi virologi (diventati ormai personaggi televisivi con tanto di fans) e con le possibilità offerte dalle misure soft del Governo che abbiamo creduto di vivere finalmente un minimo di normalità.
Ed effettivamente al tempo delle estati vissute allegramente un po da tutti  i contagi sono scesi.
Ma mentre negli altri paesi si pensava a potenziare gli ospedali, in Russia addirittura a sperimentare il primo vaccino lo Sputnik, da noi ci si è crogiolati, facendo prevalere come sempre gli interessi dei poteri forti a quelli della popolazione; non si è pensato a colmare il profondo gap della sanità delle regioni del sud, ne tanto meno a creare una catena industriale di produzione del vaccino. Arrivato dalla Pfizer in autunno, quando oramai i contagi erano tornati a salire, riportandoci in piena seconda ondata.
Siamo ad oggi, adesso come un anno fa, tornati in zona rossa e con lo spettro di un altro lockdown generalizzato, richiesto al Governo dal Comitato Tecnico Scientifico del Ministero della Salute. Oggi lo spettro sono le varianti del virus la cui diffusione è favorita anche dall’andamento troppo lento della campagna vaccinale, sia pure cominciata per alcune categorie.
Ancora non si intravvede minimamente quella vaccinazione di massa che è rimasta l’unica arma veramente efficace per limitare realmente i contagi. Questo perché anche nella pandemia, nonostante il nostro Paese si avvii mestamente alla soglia dei 100mila morti, non è riesce ad anteporre la tutela della salute agli interessi della big pharma a cui ancora di fatto è affidata la distribuzione dei vaccini. Piuttosto che acquistare vaccini bisognava acquistare il brevetto in modo da consentire ai governi di farlo produrre a tutte le case farmaceutiche attrezzate. Così da costituire una filiera corta nella distribuzione dei vaccini e se pensiamo ai grandi stabilimenti farmaceutici presenti in Campania il rammarico è grande.
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