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Trattativa, i colpi a salve dei pm Graviano tace sulle intercettazioni in carcere, smontando l’ipotesi della procura di Palermo, mentre Ciancimino straparla e conferma le tesi della difesa: sono entrambi testimoni dell’accusa

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Si è avvalso della facoltà di non rispondere il capomafia palermitano Giuseppe Graviano citato al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, rifiutandosi così di dipanare il mistero intorno ad alcune registrazioni di sue conversazioni in carcere col detenuto Umberto Adinolfi, il cui contenuto è stato oggetto di scontro tra gli esperti della difesa di Marcello Dell’Utri e i consulenti della procura. Farebbe certo molta differenza se Graviano avesse detto, anziché “benissimo” o “bravissimo”, come sostiene la difesa, quel tutt’ altro che trascurabile “Berlusca” che ha sentito la procura.

“Registrazioni scadenti al limite dell’inascoltabile e video tutt’altro che chiari interpretati con un inevitabile sforzo di immaginazione, per una trattativa che non è mai avvenuta, i due galeotti, tra l’altro, in altre intercettazioni fanno capire di sapere che i loro colloqui sono registrati, per cui il dato merita una valutazione più profonda e complessa. Bisogna stabilire la spontaneità, e quindi bontà del materiale captato”: lo ha dichiarato Vincenzo Zurlo. Sicuro di sé e forte dello studio di migliaia di atti giudiziari, sottoufficiale dei carabinieri laureato in giurisprudenza e specializzato in criminologia forense, Zurlo è autore del libro “Oltre la trattativa- Le verità nascoste sulla morte di Paolo Borsellino tra depistaggi e bugie”. Il libro ripercorre venticinque anni di menzogne atte a nascondere l’unica pista verosimile e mai seguita per le stragi del ’92: l’informativa mafia-appalti”. L’ex Ros dà prova di coraggio nell’anticipare la sentenza di assoluzione: il processo Trattativa è “un processo che poggia su gambe di argilla”.

“Massimo Ciancimino” spiega Zurlo “testimone-chiave del processo definito già dal capo della procura di Caltanissetta Sergio Lari “un teste del tutto inaffidabile oltre che calunniatore”, e per il quale il pm di Caltanissetta Stefano Luciani ha chiesto recentemente la condanna a 5 anni e 9 mesi per l’accusa di calunnia, raramente ha detto la verità. Le sue fantomatiche “pizze” in giro per locali con il padre Vito e Bernardo Provenzano, mentre quest’ultimo era latitante sono famose. Ironia della sorte, proprio il contributo dichiarativo del rampollo Ciancimino potrebbe essere l’arma in più della difesa. Infatti, nell’udienza del 5 febbraio 2016, Ciancimino junior ha dichiarato, a precisa domanda del pm Di Matteo, che il contatto del papà con i carabinieri era “finalizzato alla cattura di Riina e Provenzano”. Implicita conferma a queste dichiarazioni l’ha del resto data il papà Vito, che arrestato a fine ’92, tra le numerose dichiarazioni alla procura di Palermo del neo procuratore Caselli, non ha mai parlato (ovviamente) di una inesistente trattativa.

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