bayreuthCon l’avvento del ’900 in Italia e in generale in tutta Europa si impongono nuovi modelli interpretativi che partono dall’esigenza di rinnovare ciò che il secolo precedente aveva già ampiamente analizzato. Il cosiddetto teatro di tradizione aveva esaurito la sua carica creativa a favore di un processo che avrebbe creato le basi di un approccio diverso che porterà alla nascita della regia teatrale. Il percorso sarà frastagliato e non privo di ostacoli. Per un motivo semplice: In Italia vigeva un conservatorismo attoriale di secolare memoria dove il ruolo del capocomico la faceva da padrone. Si Partì infatti dai canovacci della Commedia dell’arte dell’epoca barocca. Le improvvisazioni suggerite da essi mettevano in risalto le qualità recitative dei teatranti, alcuni dei quali riscuotevano un così grande successo da diventare assoluti padroni della scena. Con il passare degli anni e con la riproposizione di reiterate opere (poco rinnovate rispetto alla concezione originaria ad onor del vero) nella memoria collettiva sia di quelli del mestiere che dalla’altra parte del palcoscenico, ovvero  gli spettatori, si creò la consapevolezza che nel nostro paese il capo indiscusso di tutto ciò che concerneva la rappresentazione era compito assoluto di questa figura, il capocomico che, quindi, fungeva da padrone incontrastato della scena. E, si sa, in Italia le tradizioni sono lunghe a morire. In ogni campo e non solo in quello artistico. Motivo per cui cercare di rinnovare un aspetto che ormai era ampiamente consolidato fu impresa ardua, complessa e spericolata. A partire, infatti, dalla seconda metà dell’800 assistiamo ad una generale e progressiva rivoluzione che investe molti campi artistici. Anzi, in più casi determinate forme artistiche confluivano in altre determinando un nuovo assetto creativo che avrebbe spazzato letteralmente via quelli precedenti. La musica entrò in stretto contatto con il teatro e  viceversa. Le arti figurative per essere apprezzate maggiormente si servirono delle due per essere valorizzate maggiormente. E cosi via dicendo. Ma ogni qual volta si cerchi di imporre un modello nuovo si corre il rischio di non essere apprezzati subito. Nella musica, ad esempio, fece scalpore l’esecuzione della “Sinfonia Fantastica” di Hector Berlioz, compositore francese, che al suo debutto ottenne solo fragorosi fischi fin al momento in cui si arrivò al movimento “La marcia del supplizio” che impresse così tanto il pubblico che, piacevolmente sconvolto, chiese addirittura il bis.  Andò meglio al musicista tedesco Richard Wagner che, favorito anche da benefattori ricchi e aristocratici (primo fra tutti il principe Ludwig) ebbe l’opportunità di creare la cellula embrionale di quello che sarà il teatro di regia. Si servì della naturale scenografia della città di Bayreuth. Mentre D’Annunzio durante la rappresentazione della sua opera “La figlia di Iorio”, cercò di mettere in la compagnia cosiddetta di “dilettanti”. Intriso di spirito wagneriano cercò di trasportare gli stessi elementi scenici in Italia. Tuttavia si servì di alcuni grandi attori per realizzare il suo scopo, tra cui la grande attrice nonché sua compagna Eleonora Duse che, inizialmente, accettò entusiasta l’incarico ma in seguito a dissapori personali con lo stesso autore, la compagnia e un’ansia che l’ accompagnò proprio appena prima di entrare in scena, abbandonò ben presto l’ambizioso progetto dannunziano.

Quindi il teatro di prosa risentì del cambiamento in atto poiché la derivazione vaudeivilliana, di pochade e di varietà erano ben radicate. E il pubblico, pienamente divertito dall’istrionismo degli attori, apprezzava di buon grado questo tipo di messinscena. Ma in tutta Europa non si poteva arrestare la forte carica avanguardistica che investì tutti i settori artistici.

Nel teatro specialmente i tentativi registici in atto in paesi come la Germania, la Russia e la Francia crearono le basi per il teatro dell’assurdo. Nel nostro paese ciò avvenne in ritardo prima che le introspezioni sociali di Pirandello, degli scapigliati e dei futuristi fecero breccia nell’interesse collettivo del pubblico medio italiano. E, a parte le consistenti novità delle opere originali, proprio per abituarlo ad una nuova concezione si rappresentarono grandi classici, come “La locandiera” di Goldoni, in una veste rinnovata, sia recitativa che scenografica. Nei prossimi numeri discuteremo nel merito delle novità tecniche che questo tipo di “nuova regia” tentò di imprimere nel nuovo concetto di cultura teatrale italiana.

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