Osannati e bistrattati, ringraziati e denigrati, ma mai arrendevoli:  Medici , infermieri e tutto il personale sanitario in ogni parte del mondo combatte da un anno contro un nemico sconosciuto, insidioso che ha stravolto le vite di tutti. Hanno visto morire tra le proprie braccia, sotto gli occhi impotenti, centinaia di persone;  storie di vite stroncate per le quali la scienza ha potuto fare ben poco nella fase iniziale.  In corsia o da ambulatori territoriali, i camici bianchi non si sono tirati indietro mai, nonostante abbiamo pagato anche loro un prezzo altissimo in questa guerra: 342 morti solo in Italia per covid19.  La pandemia ha scoperto le carte, ha mostrato le crepe del sistema sanitario, ma anche  i suoi punti di forza. Di certo ha svelato il ruolo cruciale dei medici di famiglia, anelli di congiunzione tra cittadini e le Asl; è a loro che, da sempre, il paziente si rivolge se accusa sintomi di malessere di ogni genere. La  categoria è stata posta di fronte a nuove sfide, tutt’altro che semplici. Abbiamo sentito il Dottor Mauro Fiore, medico di medicina generale che opera sul territorio casoriano per cercare di comprendere come il settore  stia affrontando l’emergenza sanitaria.

In questo anno così difficile i medici di base sono stati in prima linea nella battaglia al Covid. Cosa è cambiato i medici di medicina generale?

Direi tantissimo. Ad oggi sono più di trecento i medici morti per Covid e non a caso quasi la metà erano Medici di Famiglia come me, soprattutto durante la prima ondata dell’epidemia di un anno fa. Colleghi che all’inizio non avevano cognizione di quanto stava accadendo o non avevano risposte dalle Istituzioni: hanno assistito pazienti gravemente compromessi, senza alcuna protezione e rimettendoci la vita propria e di qualche congiunto. Quanto stava accadendo ha cambiato le modalità di assistenza, per cui da un anno gli accessi ai nostri Studi non sono più liberi ma su appuntamento in orario dedicato, con precise motivazioni ed in assenza di sintomatologia sospetta per Covid: non ci sono più lunghe ore in sala d’attesa proprio per evitare assembramenti. In media io e la mia Segretaria riceviamo circa 40 telefonate al giorno e 30 messaggi WhatsApp: molte prescrizioni le faccio per via telematica, anche quando sto a casa. Ormai non si rispetta più l’orario di ambulatorio: anche il sabato e la domenica sono comunque operativo.

È stato chiesto alla sua categoria, da sempre primo punto di riferimento di ogni cittadino, di gestire i pazienti Covid non gravi a domicilio.  È possibile farlo? Se si, in che modo?

Io credo di sì. Una volta vaccinato il personale sanitario e con le dovute protezioni è possibile, soprattutto per evitare ricoveri non necessari di pazienti non critici.  Prima che fossero attivate le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) ed in mancanza di DPI (Dispositivi Individuali di Protezione) siamo riusciti a gestire questa tipologia di pazienti Covid a domicilio rispettando le linee guida indicate dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e monitorandoli giorno per giorno, alcuni in condizioni critiche anche più volte al giorno con videochiamate. Quando poi ci si rende conto che il caso non è più gestibile a casa, allora il ricovero è necessario. Certamente è possibile gestire i casi non gravi a domicilio ma sempre con la massima sicurezza, con il supporto delle USCA e con la giusta protezione.   

Quali sono le difficoltà maggiormente riscontrate?

Le difficoltà si sono manifestate durante la seconda ondata di ottobre e novembre, quando il contagio ha interessato in modo esponenziale la nostra Regione che non era preparata ad affrontarlo. Da maggio a settembre si sono sprecati mesi senza pianificare nulla, per cui i comportamenti scellerati di troppe persone e l’assenza di controlli capillari sul territorio hanno avuto conseguenze devastanti. La difficoltà è stata anche tranquillizzare ogni giorno pazienti Covid con pochi sintomi ma che vivevano da soli, senza un aiuto concreto, e questo è molto triste. Devo ringraziare la nostra UOPC (Unità Operativa Prevenzione Collettiva) del Distretto di Casoria diretta dal Dott. Rosario Ferro, che insieme ai suoi collaboratori ci è stato e ci è tuttora di grande supporto soprattutto nei contatti, e i giovani colleghi delle USCA che con grande entusiasmo e professionalità ci hanno dato e continuano a darci una mano.

 Attraverso un triage telefonico, come è possibile distinguere tra una semplice influenza e un sospetto di Covd19?

La distinzione non è facile e non è immediata. Quando il paziente mi contatta al primo giorno, i sintomi sono sovrapponibili: tosse, mal di gola, dolori muscolari. Io cerco di tranquillizzarlo e gli consiglio di uscire solo se necessario almeno per 48 ore. Ma se poi la sintomatologia persiste e si accompagna anche a febbre oltre i 37,5 e mi viene riferita perdita di gusto e olfatto, la situazione è sospetta e ed inizia la procedura di isolamento e di contact tracing.

Crede sia fattibile per un medico di base occuparsi  eventualmente anche della somministrazione di vaccini per i propri assistiti?

Certamente sì. Io ho già comunicato la mia adesione alla campagna vaccinale. Se non vacciniamo almeno il 70-80% della popolazione non usciamo da questa situazione di incertezza e il razionale è vaccinare quante più persone possibili nel più breve tempo possibile. Non credo però sia fattibile nei nostri Studi, che si trovano quasi tutti in strutture condominiali e molti con più medici associati. Ogni singola vaccinazione richiede almeno mezz’ora fra burocrazia cartacea, somministrazione ed osservazione successiva all’inoculazione. Per vaccinare 1500 persone da solo quanto tempo impiegherei, volendo anche lavorare prima o dopo l’orario di Studio? E poi dopo settimane o mesi procedere con la seconda dose. In un Centro vaccinale il discorso è diverso. Anzi, se a Casoria utilizzassimo macroaree tipo il Palacasoria o lo Stadio in due mesi vaccineremmo tutta la popolazione.

Ha mai avuto paura per la sua incolumità in questo anno?

Un po’ sì, soprattutto per la mia famiglia. Purtroppo il Covid non ha fermato le patologie croniche: anche durante il lockdown ho sempre seguito pazienti fragili non autosufficienti e alcuni pazienti oncologici terminali. Certamente non potevo abbandonarli. Sono sempre andato a visitarli, solo con guanti e mascherina ben sapendo che potevo contagiarmi anche tramite qualcuno dei loro familiari.

 Da uomo di scienza, quali ulteriori precauzioni ciascun individuo dovrebbe prendere (oltre a quelle già note), per evitare il contagio?

Distanziamenti, mascherine, guanti, igienizzazione ma soprattutto comportamenti responsabili che si sono visti solo durante il primo lockdown, tant’è vero che quest’anno l’epidemia influenzale non l’abbiamo quasi percepita. Allora era la paura che ci regolava, adesso siamo tutti stanchi e prestiamo orecchio a troppe fake news.

Usciremo da questo tunnel?

Sicuramente. Tutto finisce e finirà anche questo disagio. Soprattutto con la vaccinazione di massa e con qualunque tipo di vaccino.

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