disagio giovanileIl disagio infantile è un’emergenza che sta assumendo caratteri allarmanti. ll termine globalmente inteso, indica uno stato, una condizione di non sintonia con l’ambiente, e con la situazione socio-culturale in cui si vive. Spesse volte non ci pensiamo, eppure, dal punto di vista pedagogico si può affermare che gli stili educativi sono in realtà in relazione con una certa disfunzionalità che tende a svilupparsi nel pensiero infantile. Spesse volte ad esempio, si tende a “somministrare” al bambino una modalità iper – ansiosa, fornendogli messaggi che tendono a porlo in uno stato di allarmismo costante, come se il pericolo fosse costantemente dietro l’angolo, anche nelle pratiche quotidiane più semplici ed immediate (attento che puoi cadere, non toccare che puoi farti male, attento che prendi qualche infezione).  Un simile atteggiamento renderà alla lunga il bambino pauroso, insicuro e soprattutto proteso verso un’ossessiva ricerca di sicurezza e protezione. E proprio legato al concetto stesso della protezione spesso vengono sviluppati atteggiamenti che, alla base di un metodo educativo iperprotettivo, tendono ad agire eccessivamente sull’incolumità emotiva del piccolo, come se le eventuali frustrazioni della vita non lo dovessero toccare. Tutto questo però finirà col rendere il piccolo incapace di tollerare ed elaborare positivamente anche le frustrazioni e le normalissime delusioni legate a varie fasi della crescita, tendendo piuttosto a cristallizzare una sorta di egocentrismo, nel senso più dolente e negativo del termine. Non dimentichiamo infatti che ogni bambino è il riflesso dell’immagine dell’azione educativa rimandatagli dai genitori, o da chi per essi, nelle fasi in cui l’esempio educativo pone le basi per la strutturazione della sua persona. E’ per questo che il ruolo della figura parentale che tende ad ergersi come giudice insindacabile ed esigente può portare nel bambino la certezza che il bene andrà conquistato o “meritato” in base a risultati attesi ed ottenuti. Tali stili educativi ipercritici e iper – perfezionisti porteranno solo a sviluppare il timore della disapprovazione che si tradurrà in paura di sbagliare e in un basso livello di autostima. Forse non sembrerà, ma lo stile educativo che trasmettiamo ai nostri bambini inciderà moltissimo un giorno nella comparsa o meno di disagi oggi all’ordine del giorno, che potranno poi tramutarsi in reali difficoltà relazionali col gruppo dei pari, insoddisfazioni che lo porteranno magari a rifugiarsi nel cibo, difficoltà nell’apprendimento scolastico, o di contro esagerati egocentrismi. In ambito scolastico, nello specifico, il disagio si presenta spesso come difficoltà nell’affrontare le diverse attività e le regole che sono proprie della scuola; tale difficoltà può rivelarsi in vario modo, legato soprattutto alla disponibilità delle insegnanti di accogliere ed interpretare il disagio, intervenendoci. Nel corso degli ultimi anni è aumentato considerevolmente il numero di alunni che presentano varie tipologie di difficoltà che non rientrando nei parametri delle classificazioni dell’OMS e non possono avere, di conseguenza, una diagnosi funzionale che consenta loro di seguire un “percorso scolastico” ad hoc. Questo comporta una grave difficoltà delle insegnanti nel comprendere le modalità più adatte per intervenire. Potremmo così osservare che l’alunno che non è in grado di leggere in modo funzionale prova un profondo disagio anche nella comunicazione e nella relazione con gli adulti e con i coetanei;  spesso “nasconde” o “camuffa” questo disagio con comportamenti provocatori; oppure è disattento, agitato,disturba il normale svolgimento delle lezioni. Spesso l’alunno non viene posto nella condizione – sia da parte dei docenti sia da parte dei compagni (che molte volte lo deridono) – di manifestare la reale condizione che sta vivendo; motivo per cui se gli insegnanti non individuano per tempo le reali cause di un tale comportamento e di tale situazione l’alunno si isola dal contesto-classe. Gli alunni che presentano queste e altre difficoltà, ma che non sono “certificati” vengono identificati con l’acronimo BES (Bisogni Educativi Speciali). Definire e ricercare i Bisogni Educativi Speciali non significa “fabbricare” alunni diversi per poi emarginarli o discriminarli in qualche modo. Significa rendersi conto delle varie difficoltà, grandi e piccole, per sapervi rispondere in modo adeguato. Di certo il mestiere del genitore o comunque dell’educatore non appare il più semplice del mondo, ma a volte una giusta e sincera conoscenza di se stessi, dei propri limiti, delle proprie paure potrebbe aiutare anche noi adulti ad essere migliori, e a poter trasmettere uno stile ed un rimando educativo quantomeno più coerente e sincero ai bambini, permettendo loro di essere adulti consapevoli e sereni, un domani.

 

Condividi su
  • 14
  •  
  •  
  •  
  •