di Marherita De Rosa – Ancora una volta, degno di nota il successo dell’Avaro di Moliere, rivisitato in chiave partenopea dalla bravissima professoressa, nonché autrice e regista, Carmela Giacometti, che ha affidato il ruolo di Arpagone all’ottimo professor Ludovico Silvestri, che calca il palcoscenico da anni, mostrandosi un attore brillante e versatile, capace di improvvisare e di riempire qualsiasi vuoto di scena. La rappresentazione si è svolta presso la sala teatro dell’istituto Sacro Cuore di Casoria a scopo benefico, infatti, il ricavato andrà devoluto ad una famiglia bisognosa, adottata dallo stesso “Arpagone-Ludovico” nella realtà; i bambini della coppia, che versa in condizioni economiche precarie, frequentano gratuitamente la scuola delle Suore Catechiste e in molti si stanno adoperando perché a nessun membro della famiglia manchi il necessario per sopravvivere decorosamente. Aldilà della nobiltà dell’iniziativa, qualche parola è d’uopo spenderla per l’eccezionale riuscita della manifestazione, che ha visto trasformarsi la commedia in una performance esilarante al massimo; notevole l’affiatamento degli attori, che nulla hanno da invidiare ai professionisti, in quanto la loro recitazione è risultata naturale, spontanea, oseremmo definirla di stampo eduardiano, priva di qualsiasi forma di affettazione e di artificiosità. Il merito è da tributarsi sicuramente al talento degli attori ma soprattutto alla prof.ssa Giacometti, la cui regia è risultata impeccabile. Infine, non va sottovalutata la morale dell’opera che consiste in un’aperta condanna dell’avarizia, sinonimo di aridità spirituale, a cui fa da contraltare l’esaltazione dei sentimenti, quelliveri, nobili, che nascono per riscaldare la vita dell’uomo e liberarla dal gelo di quella solitudine che l’egoismo genera in chiunque se ne faccia schiavo, convinto che esso rappresenti un mezzo per padroneggiare la propria esistenza: Arpagone è un uomo solo e odiato, ma è un destino che si è creato con le proprie mani, sì, destino di cui è artefice chiunque creda che i beni materiali possano donare la felicità: è dando che si riceve e, quindi, mai performance fu più indovinata per trasmettere tale messaggio che, nella fattispecie, è un fatto encomiabile, che, si auspica, possa essere ampiamente emulato, in un’epoca in cui il sé ha sostituito totalmente l’alterità, in nome dell’individualismo più bieco, che genera, lo si voglia o no, vuoti abissali nell’animo di ogni uomo.

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