“Il riso fa buon sangue”, Ridere giova alla salute”: pare proprio si dica così. Gli antichi la pensano differentemente. Socrate nella Repubblica platonica asserisce che non si deve “essere in ogni caso amanti del riso: generalmente, infatti, quando ci si abbandona a grandi risate, questo comporta anche un mutamento interiore”. Aristotele scrive: “E’ proprio dell’intemperanza essere amanti del ridicolo, del motteggio e della battuta facile, essere faciloni nel parlare e nell’agire”, così in De virtutibus et vitiis, nella rielaborazione del filosofo medievale Grossatesta. Ed i Romani? Risus abundat in ore stultorum. Siffatte considerazioni non impediscono ai Romani né ai Greci d’adorare le barzellette. Ciò è noto spulciando un manuale in lingua greca, definito Philogelos, giustappunto “L’amante del riso”, che ne offre una serie di ben duecentosessantacinque. Soggetti privilegiati dei motti di spirito sono gli avari, i fifoni, le donne, in special modo attempate, perché ritenute fameliche di rapporti sessuali. Un esempio? Un ragazzo impartisce ordine ai servi di chiamare due anziane: “Ad una di loro date da bere, con l’altra fate l’amore”; e le donne all’unisono: “Noi non abbiamo sete!”. Ancora una: gli abitanti di Cuma non sono reputati dalla mente brillante; a loro spese si narra d’un tizio che, andando alla ricerca di un amico, giunge sotto casa sua e lo chiama insistentemente per nome; giacché questi non risponde, un passante suggerisce: “Chiamalo più forte, se vuoi che risponda”. Il Cumano: “Ehi! Più forte!”. Ancora un’altra! Un abitante di Abdera ha sentito in giro che nell’Ade i tribunali siano imparziali; avendo un giudizio in corso, s’impicca! Un’altra? D’accordo! Un maestro di Sidone domanda ad un allievo: “Qual è la capienza di un fiaschetto da un litro ed un quarto?” Risposta: “Parli di vino o di olio?”.

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