Plastico di Roma imperiale, I. Gismondi

Siamo a Roma nel I sec d.C. e Marziale scrive: “Appena posso, mi rifugio lontano, nel mio podere silenzioso”. Poco diversamente, Plinio il Giovane asserisce: “In campagna regna la quiete più profonda ed indisturbata”. Ovviamente, la città possiede indiscutibili vantaggi ancorchè sia affaticante: tanta gente, tanto rumore! Tutti concordi: Roma è infernale! Urla, canti e risate di nottambuli brilli, di notte; voci di commercianti e maestri, fracasso delle ruote ferrate di carri sulle strade di ciottoli di basalto, al mattino. Ed ancora tegole cascanti dai tetti delle abitazioni e rifiuti gettati dalle finestre! Che baccano! Nella bella stagione abitare in prossimità d’uno stabilimento balneare, poi, rende il vivere insopportabile, almeno fidandosi di Seneca: “Abito proprio sopra delle terme, un vocio, urla in tutti i toni che ti fanno desiderare d’esser sordo. Quelli che si esercitano ai manubri mugolano, sibilano e respirano affannosamente. Se qualcuno si fa massaggiare, sento il colpo della mano del massaggiatore, diverso a seconda che la mano sia piatta o incavata. C’è chi litiga, chi chiacchiera a voce altissima, chi si tuffa nella piscina. Il depilatore grida per offrire i suoi servizi e tace solo quando strappa i peli a qualcuno: ma allora strilla quello al quale li strappa.” Scappare in campagna o sognare di farlo: medesime ragioni ieri come oggi.

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