Pittura parietale pompeiana, dipinta intorno al 79 a.C

Per diversi secoli gli amori omosessuali provati, sia quelli con un ragazzo libero che quelli “passivi” tra adulti, erano stati socialmente e pubblicamente sanzionati. Su carta, solamente, nel 225 a.C. la Legge Scatinia oppure Scantinia, li aveva castigati e puniti. Tale Lex condannava specificatamente l’uomo nel caso di rapporti omosessuali tra un adulto ed un puer o praetextatus (da praetexta, la toga bianca orlata di porpora che indossavano i ragazzi che non avevano ancora raggiunto l’età della piena maturità sessuale, fino ai 15-17 anni), invece nel caso di rapporto omosessuale tra cittadini liberi adulti veniva condannato colui che tra i due assumeva il ruolo passivo. La Lex Scantinia, di cui non ci è giunto il testo ma che conosciamo unicamente mediante citazioni desunte dagli scritti di Marco Tullio Cicerone, di Decimo Magno Ausonio, di Gaio Svetonio Tranquillo, di Giovenale ed, infine, di Tertulliano e Prudenzio, è un’essenziale attestazione a conferma del fatto che l’omosessualità venisse praticata in tutti gli ambienti sociali. Le sanzioni erano davvero blande e miti, nell’ordine di una leggera multa e, d’altronde, non venivano applicate. Ciò è subito dimostrato con riferimento all’impedimento ad amare un ragazzo libero di un provvedimento emanato da un pretore urbano intorno al 200 a.C. Si tratta di un editto contro coloro i quali per strada seguivano, importunavano, molestavano, scocciavano le matrone ed infastidivano, seccavano, disturbavano i ragazzi di nascita libera. Si arguisce che i ragazzi così come le donne fossero ghiotta occasione oltre che mero oggetto di corteggiamenti stradali! Atteggiamenti che, evidentemente, si reputava di dover frenare, inibire e scoraggiare. Le avance stradali, punite dal severo pretore, erano di tre tipologie: il primo tipo prevedeva il seguire la donna o il ragazzo “silenziosamente e con insistenza”; il secondo tipo consisteva nel defalcare la scorta, emblema di status sociale e dignità; il terzo si fondava sull’usare paroline melliflue, svenevoli, leziose, profondendosi in complimenti, lusinghe, elogi, proposte ed inviti, supposti come non rifiutabili. Oggi, probabilmente, sarebbero definiti “pappagalli stradali”!

Ah, la  Legge Scatinia non ebbe alcun effetto: al cuor non si comanda!

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