Mosaico con cane da guardia, casa di Paquio Proculo a Pompei

La consuetudine di accudire in casa animali è antica. A Roma, ad esempio, si prediligono alcune tipologie di uccelli canterini. Rammentiamo tutti il “passero, delizia della mia ragazza”, reso celeberrimo da Catullo, il quale si compenetra nella sofferenza dell’adoratissima Lesbia, piangendone la dipartita. Era un passero? Qualcuno ritiene un ciuffolotto. Conosciutissimi sono altresì la pica loquax, gazza parlante ed il psittacus, pappagallo verde, a cui il proprietario, talvolta, insegna a salutare addirittura in lingua greca. Gli ospiti più frequenti, però, sono i cani, reputati benefici in qualità di custodi o utili alla caccia, oltre che devoti ed affezionati compagni. Gaio Plinio Secondo definisce il canis fedelissimo compagno dell’uomo, esaltandone la dedizione, la devozione, l’affetto senza riserve, la nobiltà d’animo, l’ampio intuito, la sincerità nel manifestare le proprie emozioni con i movimenti della coda, i differenti modi di abbaiare e le diverse posture del corpo. Si pensi alle iscrizioni tombali, pregne d’amore, offerte dai padroni ai propri catuli e catellae. In una di queste è ricordata una cagnolina: “Era intelligente quasi come un essere umano, a suo modo, che tesoro, ahimè, abbiamo perduto! Venivi sempre, dolce Patrizia, al nostro tavolo, ti sedevi sul mio grembo per farti imboccare, con lingua svelta vuotavi il calice che spesso la mia mano ti porgeva. Se rincasavo stanco mi accoglievi, scodinzolando felice”. Talora, si stabilisce di addobbare l’animale d’affezione con fiocchetti, gioielli o cappottini; qualche volta di rendere una “cagnolina da compagnia nera e grassissima” protagonista di banchetti, facendola imboccare da uno schiavo, avvolta in un prezioso panno, come ci narra Petronio della cagnolina di Fortunata, coniuge del ricco Trimalcione.

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