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Rubrica Usi, costumi e consuetudini del mondo classico. Abortire: non è un problema di coscienza

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Un forcipe, Museo Archeologico di Napoli

Per i romani l’aborto non costituiva un problema di coscienza. I pagani non consideravano l’interruzione della gravidanza quale soppressione della vita umana, così come concepito dai cristiani. Papiniano asseriva: Homo non recte dicitur. Il feto, infatti, era una spes animanti, ovvero l’aspettativa della vita umana. Pertanto, qualora e per qualsivoglia motivo padri e mariti avessero reputato che la figlia o la moglie non avrebbero dovuto mettere al mondo il figlio concepito, avrebbero potuto impartire l’ordine di abortire. E la donna? Avrebbe dovuto necessariamente ubbidire. Se non rappresentava un problema di coscienza, l’aborto costituiva un grattacapo poiché per i romani era inammissibile consentire ad una donna d’interrompere, autonomamente, la gravidanza. Già in epoca monarchica, una Legge, attribuita a Romolo, aveva stabilito che fosse ragione di ripudio un aborto procurato dalla moglie all’insaputa del coniuge: la moglie che abortisce sua sponte defrauda il marito del potere di sorvegliarla e, quindi, d’esercitare il controllo sulla discendenza. Non è casuale che l’aborto fosse vietato esclusivamente alle sposate. Rigidissime erano le regole. Rutilio Severo, avendo divorziato dalla moglie, a suo giudizio incinta benchè negasse di esserlo, si rivolse agli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero per sottoporre loro il caso. Ebbe tale risposta: “Che la donna si rechi da tre ostetriche, che queste accertino il suo stato. E se risulterà incinta, che le sia nominato un custode, per impedirle di abortire” Si badi al fatto che la donna incinta fosse menzionata come venter, cioè “ventre”, ed il suo custode fosse indicato come “curatore del ventre”. L’aborto divenne un crimine al tempo di Settimio Severo ed Antonino Caracalla. L’opportunità di rendere reato l’interruzione volontaria di gravidanza fu tributata dalla vicenda di una donna che aveva abortito successivamente al divorzio per non offrire un figlio all’ormai ex sposo, divenuto nemico. La donna fu condannata all’esilio. L’aborto fu punito con una sanzione pubblica per violazione di un diritto maschile. Il giurista Marciano fu chiaro: la pena veniva applicata poiché era indegno che la donna potesse “impunemente defraudare il marito della prole”

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Docente di Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina presso il Liceo “Filippo Brunelleschi”; curatrice di un blog letterario; promotrice d’iniziative culturali.