Afrodite cnidia, da Prassitele, Musei Vaticani.

Demostene ci racconta che un ateniese potesse avere ben tre donne: “Abbiamo le hetaerae per il piacere, le pallakae per prendersi cura di noi nelle necessità quotidiane e infine le gynaekes per generarci dei figli legittimi e per essere fedeli custodi delle nostre famiglie.” Ebbene, la moglie, per procreare figli legittimi; la concubina, “per la cura del corpo”, ovvero per avere rapporti sessuali stabili; ed, infine, l’etéra, per il piacere. Come convivono tre donne per un uomo? Il rapporto con la concubina era sostanzialmente identico a quello con la moglie: fedeltà, diritti successori per i figli; talvolta, accoglienza nella casa coniugale. Bigamia come sostiene Diogene Laerzio? Non proprio! Significa che gli Ateniesi riconoscevano uno status giuridico ai figli nati fuori dal matrimonio. E l’altra donna, non certo un’accompagnatrice occasionale? Non certo una prostituta? L’etéra. Il significato del termine è “compagna”. Una donna gratificante sotto il profilo intellettuale, colta, elegante, raffinata, indipendente economicamente, dotata di spiccate capacità nella danza e nella musica; in grado di sostenere una fine conversazione durante la socialità. Celebre fu Frine, musa dello scultore Prassitele. Forse, un rimedio organizzato in una città come Atene che realizza perfettamente un progetto politico che esclude la donna. Tale categorizzazione denuncia palesemente una tripartizione delle funzioni femminili e risulta fortemente sintomatica della strumentalità del rapporto uomo-donna.

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