Costruzione di una strada da parte di legionari. Colonna di Traiano, Roma.

Gli indirizzi ancora oggi non esistono ovunque e, pare strano, non sempre sono esistiti. A Roma le strade non possedevano un nome, eccezion fatta per le più rilevanti: la Via Lata attraversava il Campo Marzio; il Vicus Patricius congiungeva il centro cittadino alla Porta Viminalis, passando per il Mons Cispius. Inoltre, le abitazioni si susseguivano prive di un contrassegno numerico. In siffatte condizioni localizzare una domus o un’insula costituiva un grattacapo. Occorreva fare ampi giri di parole, spesso inefficaci, per far sì che un amico reperisse l’abitazione del suo ospite. Chi dimostra tutto ciò? Il collare di ferro che il padrone serrava al collo dello schiavo! O meglio del servus fugitivus: del resto, come non comprendere il tentativo di fuga? Il padrone per permettere a chi avesse incontrato un fuggitivo di restituirlo ai suoi servizi, gli serrava al collo un collare a cui veniva saldato un dischetto, bulla, su cui era inciso una sorta d’indirizzo: “Riportami vicino al tempio di Flora, nella via dove ci sono i barbieri” ed anche “Prendimi e riportami ad Aproniano Latino, sull’Aventino, vicino alla mappa d’oro” ed ancora “Restituiscimi sotto la Velia, dov’è il tempio di Vica Pota”. Quindi, i Romani non abitavano “in” bensì “vicino a”. Con tutte le buone intenzioni arrivare a  destinazione al primo tentativo era arduo!

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