Busto dell’imperatore Adriano Musei Capitolini, Roma

I tonsores romani avevano la mano pesante: i clienti venivano tagliuzzati, torturati e martoriati! Marziale amava sbeffeggiare la categoria con verve satirica: “I segni che ho sul mento non me li hanno fatti le unghie di mia moglie inferocita, ma la mano ed il ferro scellerato di Antioco”. Certo, gli arnesi del mestiere non erano raffinati. Il cultertonsorius prevedeva una notevole perizia, valutando che il mercato non offriva creme da barba et similia. Il solo umile accorgimento consisteva nell’inumidire la pelle del terrorizzato cliente con acqua calda. La fama della categoria degli acconciatori crebbe di gran lunga, così come i guadagni, dal II sec. d.C., allorchè risultò di tendenza farsi crescere la barba. Dicono che a lanciare la moda fosse stato l’imperatore Adriano nel tentativo di celare una cicatrice dovuta proprio alla mano impacciata d’un barbiere maldestro. Si sparse anche la propensione ad ostentare chiome inanellate e ricciolute: i tonsores dovevano domare lunghe file di uomini in attesa di farsi arricciare i capelli con un rovente calamistrumo tingere di biondo la chioma o correre ai rimedi con un “riporto”. Del resto, la calvizie era ritenuta poco virile. Marziale pungente scrisse: “Niente è più turpe di una calvizie capelluta”. Come dargli torto? I nostri antenati, tuttavia, la consideravano alla stregua di uno spettro angosciante ed ansiogeno. Perfino Cesare, attraente ed avvenente, dallo sguardo incantatore, dall’eloquio magnetico, irresistibile come pochi, iniziò molto presto a perdere i capelli, ricorrendo, ahinoi, proprio al “riporto”. Ciò non lo ostacolò: tutte e tutti finivano nelle maglie del suo fascino travolgente!

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