di Daniela Piscopo – Un libro, la cui lettura, sembra raccontarci le dinamiche sociali che stiamo affrontando oggi, è “CECITA” un romanzo di Josè Saramago e premio Nobel per la letteratura, pubblicato nel 1995.

Dove lo scrittore illustra, attraverso la metafora dell’incapacità di vedere, gli effetti di una pandemia nella società. In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione perde la vista per un inspiegabile epidemia. Chi è colpito vede tutto bianco.

“È come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, invece io vedo tutto bianco”.

Solo una donna pare essere immune, la moglie del dottore, che finge di non vedere per condividere la quarantena con il marito, protegge chi è al suo fianco, combatte, si ribella e si strema nelle forze. Gli occhi che non hanno mai smesso di vedere sono quelli che non hanno mai smesso di amare.

“Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare”

Le reazioni psicologiche sono devastanti. I primi colpiti dal male vengono rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. La cecità scatena un brutale istinto di sopravvivenza. Saramago, con uno stile difficile, ma con una prosa perfetta, disegna la metafora di una umanità bestiale e irrazionale. La guerra uomo contro uomo che si crea, non è altro che la legge del più forte. L’uomo non guarda in faccia il dolore degli altri ma lo usa per rafforzarsi.

“Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali”.

Ne deriva un romanzo duro, agghiacciante, catartico, sull’indifferenza e l’egoismo, il potere e la sopraffazione, ma con uno spiraglio di luce e salvezza.

“È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria”.

Un tratto distintivo dell’opera è quello di non dare nomi ai personaggi. Lo scrittore infatti identifica i protagonisti attraverso le loro caratteristiche. L’epidemia rende l’uomo impersonale, privo di ogni identità. Un libro che invita a riflettere sulla violenza, sulle paure, su come la natura umana riesca ad affrontare le situazioni più disperate, tirando fuori il lato peggiore di sé. Ci spinge ad essere un po’ meno ciechi e indifferenti di fronte a quello che osserviamo. Saramago ci illustra un’umanità che dopo aver perso la vista, scende uno dopo l’altro i gradini della dignità, della solidarietà, della gentilezza, della condivisione, lasciando che ne emerga una massa di egoisti e solo alcuni conservano un’ombra di umanità. La cecità è l’incapacità di vedere gli altri ma anche di guardare dentro se stessi.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

 Rif. : “CECITA” di Josè Saramago, pubblicato nel 1995, casa editrice Feltrinelli.

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