Il virus tiranneggia spavaldamente da un anno il pianeta: despota oppressore di vita a viso aperto, dittatore soverchiatore dei viaggi, autocrate prepotente degli abbracci, sovrano assoluto della libertà. Clausura, stasi, inattività hanno condotto a lettura, preghiera, raccoglimento? Parrebbe di no: l’umanità, confrontandosi con la malattia, il terrore, il limite è involuta per il trauma indotto dalla sofferenza, dall’infermità e dalla morte possibili. Gruppi, minoritari numericamente, i cosiddetti “negazionisti”, ne hanno allontanato maldestramente la fobia ed i dispositivi di sicurezza. Qualcuno ha dato al Covid-19 una lettura sanitaria, qualcuno politico-economica, qualcuno giornalistica. Si potrebbe descrivere la Pandemia come una “creatura mitica”, assecondando il suggerimento di Alessandro Baricco: una costruzione sociale in cui concorrono “diversi saperi e svariate ignoranze”. Il mito è di fattura artificiale: la comunità lo fabbrica ad hoc per riferire trepidazioni e convincimenti. Naturalmente, artificiale non è sinonimo di irreale! La Pandemia esiste ed ancora misteriose le sue origini. Gli uomini, spinti nella voragine scientista, hanno derubricato il mito a magia, finendo nel caos; l’hanno bollato come superstizione, smottando nel caso. Eppure, “Il destino degli umani è tessuto con il filo del mito”. Può darsi che la Pandemia sia ascrivibile ai “miti catastrofici”, atti a raccontare la fine di un mondo. C’è una reazione planetaria auspicabile? L’amor fati, il piegarsi al destino: vivere, morire, trovandone il senso. Distanziamento, mascherina, igiene personale, terapie, farmaci, vaccini  ed una consapevolezza che si perde nella notte dei tempi: la condizione umana è caduca, mortale, effimera, arcana.

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