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Rubrica Terza pagina. Giusy Capone dialoga con la Professoressa Rossella Pace a proposito di “Partigiane liberali”

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La Resistenza italiana è un argomento costantemente trattato.

Esiste una faccia ancora in gran parte nascosta?
Sicuramente uno dei temi più dibattuti dalla storiografia degli ultimi settant’anni è stato proprio quello relativo a quei venti mesi in cui si combatté la lotta di liberazione nazionale. Nonostante la fiorente produzione, esistono ancora dei nodi da sciogliere e dei vuoti da colmare. Per ciò che riguarda i partiti di massa, comunista e socialista, ogni aspetto è stato trattato ma per molti altri la strada è ancora lunga. Mi riferisco, ad esempio, non solo al ruolo delle donne appartenenti a compagini politiche minori, ma anche alle formazioni autonome e alla personale resistenza di preti e suore, il cui apporto fu tutt’altro che di secondo piano. Quindi sì, esiste una faccia nascosta della Resistenza, molto fiorente che – occorre sottolinearlo – continua ad essere divisiva.

Quali sono le peculiarità delle donne appartenenti alle grandi famiglie dell’aristocrazia liberale che animano la Resistenza?
Sicuramente la posizione delle donne appartenenti all’aristocrazia liberale è diversa da quella delle altre partecipanti alla Resistenza. In quanto esponenti di queste grandi famiglie erano cresciute in un ambiente che potremmo definire privilegiato. Molte di loro parlavano le lingue straniere e infatti si faceva spesso ricorso a loro nei colloqui con gli alleati. Un tipico esempio fu quello di Cristina Casana, nipote di Lavinia, che a Roma raccolse attorno a sé numerose personaggi dell’antifascismo. Oppure il caso di Mimmina Brichetto, dalla personalità talmente tanto folgorante che lo stesso Edgardo Sogno, durante il loro primo incontro a casa di Giustino Arpesani, rimase impressionato dal suo interloquire.

Quale storia ritiene particolarmente significativa ascrivibile ad una donna che svolse un ruolo rilevante nell’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno?
Le donne che ruotarono attorno all’organizzazione furono tante, molte di più di quelle che si immaginava. Svolgevano tutte un ruolo importante, basti pensare a Marcella Ubertalli e a Lelia Ricci, che operavano in stretta connessione con vari membri della Franchi. Sicuramente il caso che più colpisce è quello di Maria Giulia Cardini, per la cui liberazione Sogno sequestrò la figlia del console tedesco a Torino. Dopa essere stata liberata, la Cardini lasciò Torino per spostarsi in Val d’Ossola dove guidò, è questo l’unico caso incontrato, una guarnigione di soli uomini all’interno della missione alleata Chrysler. Emblematica anche la scelta del nome di battaglia Antonio.

In quali circostanze emergono le capacità organizzative di donne colte, raffinate, probabilmente poco avvezze ad atti di resistenza?
Queste donne cresciute nei salotti aristocratici quando fu il momento di scendere in campo per la patria lo fecero senza nessun dubbio. Lo fecero con azioni ascrivibili a quella che comunemente viene definita dallo storico francese Jacques Sémelin resistenza civile. Infatti, a differenza di comuniste e socialiste, le liberali decisero di non prendere le armi in mano ma di dedicarsi a tutta una serie di azioni volte ad appoggiare l’azione maschile. Tali compiti andavano dalla assistenza ai prigionieri e alle loro famiglie alla gestione dei fondi, dal servizio di staffetta al coordinamento delle riunioni e degli incontri clandestini. Dal Diario di Virginia Minoletti Quarello apprendiamo quanto questo impegno fosse pericoloso ed oneroso, al pari di quello svolto da tutte le altre partigiane impegnate nella guerra di liberazione nazionale.

Qual è l’esito della strada percorsa dalle partigiane liberali? Cosa accade loro nella generale crisi delle vecchie élites davanti all’avanzata dei partiti di massa?
Alla fine, la loro partecipazione alla Resistenza si è persa nelle larghe maglie della storiografia. All’indomani del 25 aprile quasi tutte tornarono ai loro impegni di sempre, continuando comunque il loro impegno a difesa della società e dei valori venuti fuori dalla guerra, ma in privato. Molte di loro non richiesero mai un riconoscimento per le azioni svolte. Non vi è dubbio che i partiti di massa proprio attraverso la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale cementarono i loro valori. Ma, come sostenne Nina Rufini in un convegno sula Resistenza liberale del 1971, “come sorprendersi di ciò, se noi stessi siamo stati così cattivi custodi delle nostre memorie?”

 

Rossella Pace, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “Sapienza” di Roma. È Segretario Generale dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale Internazionale. Si è occupata di Storia del liberalismo, di Resistenza, di storia sociale e relazioni diplomatiche. È autrice del volume Una vita tranquilla. La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana (Rubbettino 2018), Partigiane liberali. Organizzazione, cultura, guerra e azione civile (Rubbettino, 2020) e di vari saggi e articoli su riviste specialistiche. Ha curato inoltre i volumi La fatalità della guerra e la volontà di vincerla. Classe dirigente liberale, istituzioni e opinione pubblica (2019) e Diplomazia multilaterale e interesse nazionale. Dal Congresso di Vienna (1815) all’atto finale di Helsinki (1975) e oltre (2016).

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Docente di Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina presso il Liceo “Filippo Brunelleschi”; curatrice di un blog letterario; promotrice d’iniziative culturali.