Home Cultura Rubrica Terza pagina. Giusy Capone commemora Carla Fracci

Rubrica Terza pagina. Giusy Capone commemora Carla Fracci

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La danza come la più inconfutabile ed eterna delle teodicee. La danza è con palese evidenza un’arte che vive, si nutre, si esplica attraverso il corpo: ritiene che ciò le conferisca lo statuto di un’attività che si esaurisce nella costituzione corporea?
La danza, nei momenti più alti della sua storia, ha usato il corpo per trascendere l’essenza limitata ed effimera dell’uomo. Ci è riuscita come legame con il divino, nelle culture antiche, come espressione del potere, nell’età moderna, come visione del contatto tra l’individuo e la comunità a cui appartiene, nella contemporaneità. La danza è l’espressione artistica più completa ed eccezionale perché rende l’essere umano opera d’arte. Oggi si sa, anche attraverso le neuroscienze, che la visione di un corpo in movimento provoca sensazioni cinestetiche nel pubblico. Ciò è tanto più efficace e vero quando in scena si esibiscono due fenomeni del palcoscenico, quali sono stati Carla Fracci e Rudolf Nureyev. Un loro sguardo era già sufficiente per creare una grande magia.
Nel testo viene ricostruito l’ambiente culturale in cui il pas de deux Carla Fracci e Rudolf Nureyev è avvenuto, partendo dalla scena del balletto nell’Italia del dopoguerra e ripercorrendo le straordinarie carriere individuali delle due étoiles. Quanto è stato deflagrante il loro incontro per la scena teatrale italiana?
Il loro incontro è stato deflagrante perché Nureyev e Fracci sono stati artisti dalla portata internazionale che hanno saputo risvegliare l’ambiente del balletto italiano che era ancora abbastanza provinciale e rinchiuso su sé stesso. L’impatto del loro incontro è stato esaltante per le compagnie con cui hanno lavorato. Quando nell’autunno del 1966 andò in scena la Bella Addormentata alla Scala, la giovane coppia rappresentò un modello di stile, eleganza e passione che rivitalizzò l’intera compagnia. Ma in Italia si era ancora agli inizi del loro successo. Quando nel 1973 presentarono, sempre a Milano, Il Lago dei cigni, iniziarono quelle manifestazioni di delirio collettivo che ebbero l’apice nella Giselle del 1980 al Teatro dell’Opera di Roma. In quella occasione il pubblico si accampò di notte per acquistare i biglietti così some si faceva per i concerti delle grandi star della musica pop. Qualcosa che non si era mai visto prima nel mondo del balletto italiano.

Intorno al legame artistico e personale tra Carla Fracci e Rudolf Nureyev si muovono e danzano, nei ricordi e nelle testimonianze offerte, gli altri grandi protagonisti della danza tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento: Erik Bruhn, Margot Fonteyn, Aurelio Milloss, Maurice Béjart, Roland Petit, George Balanchine, Martha Graham, Paolo Bortoluzzi, Elisabetta Terabust, Luciana Savignano. Ebbene, qual è, oggi, lo stato della danza, tenendo conto delle enormi difficoltà in cui versano le Fondazioni lirico-sinfoniche?

 
La situazione è complessa ed articolata perché le fondazioni liriche hanno il compito, da un lato, di conservare la tradizione del balletto e del repertorio ottocentesco e, per farlo, hanno bisogno di compagnie numerose, giovani e ben allenate. Allo stesso tempo dovrebbe promuovere nuovi autori e grandi progetti coreografici. Entrambe le cose in Italia sono assolutamente disattese perché le compagnie rimaste negli enti lirici sono solo quattro, e neppure omogenee per numero degli effettivi e programmazione. Inoltre sono decenni che grandi coreografi internazionali non propongono le loro creazioni in Italia. D’altro canto c’è un grande brulicare di piccole realtà distribuite in maniera disorganica sul territorio nazionale (prevalentemente al centro-nord) che propongono nuovi linguaggi, rapporti stretti con le comunità e con le attività sociali. Sono realtà importanti che mantengono contatti con categorie sociali quali bambini, disabili, anziani e immigrati che nella danza possono trovare momenti di unione ed espressione.

Emma Goldman ha sostenuto che una rivoluzione che non le consenta di danzare non è degna di essere combattuta. La danza è politica?

Nella risposta precedente ho già accennato a quanto la danza possa essere importante per gestire e dare voce al disagio ed anche per aprire nuove visioni. Isadora Duncan, di poco più giovane della Goldman, con il suo modo di danzare nei primi anni del Novecento ha interpretato l’aspirazione della donna all’autodeterminazione e all’emancipazione. Molti anni dopo Pina Bausch ha messo in scena anche la difficoltà femminile ad ottenere tale emancipazione, penso ad una opera dolorosa e potente come Blaubart (1977). L’arte è sempre una lettura del mondo ed una riflessione sull’epoca che si sta vivendo, altrimenti è pura evasione.

Jodorowsky ha asserito che occorre imparare a danzare con la realtà. Danzare è interagire con gli altri?

Danzare è comunicare, si può danzare da soli, in coppia, in gruppo ma il senso ultimo è la comunicazione. Tornando a Fracci e Nureyev, loro sono stati dei grandi comunicatori.

Roberta Albano, Docente di tecnica della danza classica dal 1989 al 2012 presso l’Associazione Movimento Danza di Gabriella Stazio, con cui ha collaborato come vicedirettore, dal 2019 è docente di Storia della danza presso l’Accademia Nazionale di Danza. Socio fondatore di AIRDanza (Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza), ha svolto attività di critico di danza per «Il Mattino» di Napoli (dal 1989 al 1996) e per la rivista online «Campadidanza». È autrice della sezione sul Teatro di San Carlo in La danza in Italia (Gremese, 1998). Ha pubblicato vari saggi tra cui La danza al Real teatro di San Carlo sotto Carlo di Borbone (in Carlo di Borbone. Un sovrano nel mosaico culturale dell’Europa, Università “L’Orientale”, 2017), Salvatore Viganò e l’attività al teatro del Fondo di Napoli («Danza e ricerca», a. X, n. 10, 2018).