Il loglio, la gramigna, l’ortica, la festuca, il giunco, il trifoglio, la cannuccia di palude: qual è il contesto letterario di quelle piante erbacee, comunemente ritenute dall’uomo infestanti?

Dante, da attento osservatore, cita spesso piante per noi insignificanti o sconosciute, come la verbena, la spelta, il giunco, l’ortica, la gramigna, l’edera, il papiro o il lino, le quali diventano centro e fulcro di veri e propri luoghi letterari e di concetti filosofici. Attraverso tali piante Dante sa trarre non solo degli esempi pertinenti da appagare il lettore, ma dimostra una buona conoscenza degli autori classici che le hanno in precedenza utilizzate nelle loro opere o ne hanno descritto le peculiarità fisiche o raccontato i legami mitici, rinnovandone a volte completamente il significato, come la gramigna rapportata al “gramen” delle opere latine o dei classici Virgilio e Orazio. Il contesto letterario è perciò così vasto e complesso che a volte sembra di addentrarci in un labirinto per le sottili sfumature, mentre altre volte appare chiaro e plausibile nell’ambito di un paragone esplicativo. La pianta di solito funge da trait-d’union per una comparazione che implica la condizione di un personaggio, una situazione interiore, un concetto filosofico. È il caso del discorso di Pier delle Vigne e della trasformazione delle anime del suo girone che assumono la forma di alberi, dove tutto avviene con un criterio ben preciso: l’anima cade casualmente nella selva, come un seme, senza avere la possibilità di scegliere il luogo. All’inizio germoglia come la spelta (una graminacea) con qualche fogliolina, poi si erge come la verbena (una pianta da foraggio con stelo più rigido), a cespuglio, e alla fine si trasforma in pianta da bosco, come in particolare è lui: un “pruno”.

Quali sono le presumibili fonti dalle quali il Poeta attinge?

Dal punto di vista botanico Dante si serve di diverse fonti, ma che lui riesce a fondere in maniera esemplare, rendendo a volte difficile quale nel passo specifico lui tenga presente. Nella sostanza dal punto di vista botanico la fonte letteraria primaria è il “De vegetabilibus” di Alberto Magno, uno dei pochi che nel medioevo tratta in maniera organica e complessa la botanica (meglio dire l’erboristica), autore che Dante conosce bene e che cita più volte nelle sue opere, anche se esclusivamente per quelle filosofiche. L’altra fonte da questo punto di vista è Pietro De Crescenzi, autore non preso mai in considerazione dalla critica dantesca, ma che ha scritto il suo volume dal titolo “Opus ruralium commodorum”, in 12 libri, tra il 1304 e il 1309. L’opera ebbe subito tanta fortuna che nei decenni successivi venne tradotto in volgare fiorentino. Benché mai citato da Dante, è probabile che lui ne conoscesse l’opera, in quanto il De Crescenzi era anche noto personaggio politico di Bologna e fu podestà in diverse città della Padania, tra cui anche Ravenna. Che Dante si sia servito di questa fonte lo dimostrano, tra l’altro, i dettagli dell’utilizzo di alcune piante erbacee, tra cui il papiro, descritto unicamente dal De Crescenzi per l’uso che se ne faceva come stoppino delle lucerne (di cui Dante porta un ben noto paragone), oppure il riferimento alla “spelta”. In quest’ultimo caso il De Crescenzi è l’unico, prima di Dante, ad utilizzare questo lessema, quando comunemente veniva scritto “spelda”. Sembra un dettaglio, ma è un dettaglio fondamentale, benché alcuni critici pensino che Dante sia stato costretto ad utilizzare tale termine dalla rima, quando in effetti non ce n’era bisogno se qualche anno prima in un trattato “scientifico” esso viene riportato. La terza fonte scientifica è la “Naturalis historia” di Plinio, autore anche questo che Dante conosce bene e cita più volte. Le altre fonti sono letterarie e tra queste sono da annoverare innanzitutto la Bibbia (in questo caso bisogna sempre tenere presente il testo latino in uso nel medioevo, anche perché molte piante erbacee nelle traduzioni moderne assumono nome completamente diverso); e poi i poeti classici, soprattutto Virgilio, Ovidio, Orazio, ma anche altri. Da questi autori spesso viene contestualizzata non solo la pianta, ma anche il concetto, tanto da evidenziare una chiara dipendenza dalla fonte letteraria.

L’incipit del suo saggio riserva attenzione alla “selva oscura”. Ebbene, quali specie di alberi ne costituiscono la struttura?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita, / mi ritrovai per una selva oscura…”. Chi non conosce l’incipit della “Commedia”? Eppure forse pochi si sono chiesti da quali alberi, nella memoria compositiva del Poeta, essa sia composta. Dante aveva presente un bosco ben determinato o si tratta solo di una descrizione astratta? Dante, come detto, era meticolosamente preciso nei dettagli, e sicuramente teneva presenti boschi reali, tra cui quelli che lui stesso cita: la pineta di Ravenna e i boschi tra “Cecina e Corneto”. Ma queste selve di che piante erano costituite? Seguendo la citazione dei molti passi danteschi scopriamo che una parte fondamentale hanno all’interno della sua opera l’abete e soprattutto il pino, ma anche il frassino, il cerro, la quercia, il platano, il tiglio, ecc. Benché questo sia il punto di partenza del volume, non è l’argomento di esso, ma il pretesto per introdurre le piante erbacee, in quanto le piante arboree della “selva” sono argomento di un secondo volume in fase di preparazione.

Quale metodo ha adottato per condurre un’indagine tanto meticolosa ed originale?

Il metodo per fare tale ricerca è fondamentale. Intanto bisogna cercare di avere una discreta conoscenza delle piante, del loro habitat, delle loro caratteristiche e delle peculiarità botaniche. Poi bisogna seguire le fonti. Per ogni autore è sempre importante sapere quanto legge per conoscere la sua opera. Se si salta questo passaggio, non è facile capirlo né entrare nel suo mondo compositivo. Fatto questo per ogni singola pianta, ho seguito i commentatori. Già nel Trecento numerosi lettori hanno capito la complessità della “Commedia” e quindi hanno ritenuto necessario commentarla, a partire dai due figli di Dante, Jacopo e Pietro. Ebbene già alcuni di questi commentatori contestualizzano le piante della “Commedia” nella società del tempo, descrivendo dettagli fisici, proprietà terapeutiche e peculiarità agricole. Le interpretazioni date nel primo secolo successivo alla morte di Dante sono quelle più vicine certamente all’uso quotidiano del tempo. Quindi andare alla riscoperta delle fonti è stato per me il primo passo. Emblematico è l’esempio che Dante fa del papiro che brucia, dove i critici moderni spesso vedono un foglio di papiro, come carta su cui si scrive, che brucia. Ma all’epoca di Dante era cosa insolita bruciare un foglio di papiro, cioè di carta, e quindi il paragone non sarebbe stato capito da nessuno. Infatti già i primi commentatori spiegano l’uso del papiro come stoppino delle lucerne, cosa che avevano tutti in casa e quindi l’esempio era comprensibile anche dal lettore comune. Non dimentichiamo che Dante, nella sua idea, scrive la “Commedia” per tutti e non per una cerchia ristretta. Attraverso questa analisi a volte sono giunto anche a considerazioni completamente originali rispetto alla critica tradizionale, come ad esempio per la festuca.

Reputa sia possibile formulare un’ipotesi plausibile circa l’idea “ecologica” di Dante?

Io credo di sì. Leggendo la “Commedia” soprattutto, ma anche altre opere dantesche, appare subito la conoscenza e l’amore che Dante nutre verso la natura. Le descrizioni naturalistiche (escludendo quelle faunistiche molto più complesse, ma più trattate dai critici) sono fatte spesso con sottili dettagli che possono passare inosservati da parte del lettore, ma chi vive a contatto con un ambiente naturale ne percepisce subito lo spirito. Perciò io credo che Dante era un “ecologista” nel vero senso della parola. Lui ha un rispetto totale per la natura, non ne vede quasi mai l’aspetto negativo e distruttivo. Questo lo dimostra l’utilizzo in positivo delle piante più infestanti che si conoscano nell’agricoltura. Ad esempio la gramigna, l’ortica, il loglio. Il primo impatto che Dante ha con la gramigna è positivo. Della pianta esalta una grandissima qualità, l’umiltà, che rende grandi a volte gli uomini, come san Francesco, ma anche gli sconosciuti Fabbro de’ Lambertazzi o Bernardin di Fosco. È vero che in altro contesto la gramigna rappresenta il male, ma solo in un secondo tempo. Oppure il loglio. Noi spesso, su influenza evangelica, vediamo il loglio come un qualcosa di negativo, da bruciare. Invece per Dante il primo impatto è quello di dare cibo con i suoi semi agli uccelli, in particolare le colombe. Solo successivamente ne vede l’aspetto negativo in altro contesto. Oppure il giunco, pianta inutile, ma che in certi contesti assume un alto valore simbolico. Non viene distrutto dalla piena del fiume, ma solo raccolto per un fine superiore. O ancora la festuca. Noi abbiamo l’idea della festuca evangelica, del male da togliere nell’occhio del fratello. La festuca, una pianta erbacea, per Dante invece è un qualcosa gelosamente custodito nel vetro. E poi la cannuccia di palude, che imbriglia Jacopo del Cassero, in un atrocissimo fatto di sangue. Ma la colpa di tale atroce fatto non è della cannuccia che l’imbriglia, ma di Jacopo che non ha saputo fare la scelta giusta. E poi la scena bellissima degli uccelli che nella foresta salutano con il loro canto la nuova giornata, senza che nessuno li disturbi, in una felicità paradisiaca. Bene, se un autore tratta con rispetto e riverenza la natura, vedendone la positività e conservandola intatta, credo che effettivamente lo si possa considerare “ecologista” ante litteram.

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