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Risate e riflessioni con “Madama Quatte Solde”

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di Margherita De Rosa

Altro successo al Teatro Italia di Acerra per la compagnia “E così sia”, di cui è regista e attrice la bravissima Daniela Castaldo, avvocato nella vita di tutti giorni e prima donna sulla scena, sulla quale fa da mattatrice incontrastata. Già in altre prove, tanto Daniela che la sua compagnia hanno dato prova di grande talento artistico, ma, stavolta, vuoi per la velocità dell’azione scenica, vuoi per il susseguirsi di battute e trovate esilaranti, si è consentito al pubblico di divertirsi ininterrottamente per due ore e più. La commedia proposta è stata “Madama quatte solde”, di Gaetano Di Maio, in cui si espone la vicenda di Emilia e del fratello Michele, “baccalaiuoli” assurti al grado pseudo-nobiliare di chi aspira ad una ascesa sociale, non detenendone tuttavia né mezzi economici sufficienti né il necessario supporto culturale, per cui, entrambi i fratelli si producono in involontari strafalcioni nel tentativo di esprimersi in un Italiano degno della zona di Via dei Mille, mentre i figli di Emilia e di padre ignoto ma non tanto, “studiscono” con impegno, per loro volontà ma anche per seria delibera di Emilia e di Michele. La vicenda poi si complica per l’improvviso arrivo di Augusto, il padre dei ragazzi, tornato ricco dal Venezuela e intenzionato a legittimare la sua situazione familiare; Emilia non vuol sentir ragioni, ma, infine, cede per l’aspetto puramente “economico” ma non consente che l’uomo si presenti ai figli, che hanno sempre saputo che il loro papà si è disperso in Russia durante la guerra. In contemporanea, arriva in casa un venditore di penne e calzini e tra una gag e l’altra si scopre che questi altro non è che l’uomo ritratto nella foto che i ragazzi baciano devotamente ogni volta che escono di casa e che considerano il loro papà: Michele e i nipoti sono quindi convinti di aver fatto una scoperta sconvolgente che cambierà la vita di tutti; in realtà, la situazione è molto più complessa, poiché quell’uomo non ha nulla a che fare con loro, che rischierebbero di perdere anche l’allettante somma di denaro del vero padre Augusto. Quest’ultimo, per non contrariare Emilia, delusa dal suo comportamento (l’ha sedotta, pur essendo sposato, adducendo, per farla sua, la scusa che la consorte era moribonda) si piega a sostenere che era amico del “Saponaro”, questo il cognome del finto padre, e che da lui aveva ricevuto la somma di 500 milioni da portare ai figli, nel caso non avesse più fatto ritorno a casa. La situazione degenera, perché Saponaro, trattato come un re dai suoi falsi figli, approfitta della situazione per trarne vantaggi, mentre Augusto è sempre più disperato. Emilia intanto continua a frequentare gente di alto lignaggio pur con il suo aberrante italiano, mentre Michele intrattiene contatti telefonici con i suoi compagni e parenti di sempre, quelli del “lavanaro”, che invita, all’insaputa di Emilia, nella nuova dimora. Questi giungono proprio in contemporanea a dei nobili decaduti, che vorrebbero un matrimonio tra la loro figliola, un po’ sciocchina, ed il figlio di Emilia, allo scopo di migliorare la loro condizione economica: fa dunque il suo ingresso una vera e propria orda barbarica, colarata e colorita, ma carica di umanità, di allegria, di vitalità, che, diversamente dalle aspettative, viene apprezzata dai nobili di turno, forse troppo annoiati dal loro perbenismo obbligato da convenzioni e obblighi sociali. Nel bel mezzo di discorsi e chiacchiere varie, appare Augusto, conosciuto dal gruppo del Lavanaro come padre di figli di Emilia e quindi la verità trionfa: e il povero Saponaro? Tornerà a condurre la vita grama sperimentata fino al giorno del suo ingresso nella casa di Madama Quatte Solde? Eh no, il cuore grande della neo-nobile, ma non troppo, lo accoglie in casa come un secondo fratello e la performance si conclude con l’abbraccio finale, molto folcloristico e “rumorosamente” partenopeo, tra il vero fratello di Emilia, Michele, e colui che avrebbe potuto speculare sulla situazione e che invece ha preferito essere il “vero nobile”, mostrando una nobiltà d’animo, che esula dai natali ed è propria di chi possiede sensibilità e che ha superato le vere prove della vita, quelli che portano il nome di sofferenza. Quindi, al di là dei lazzi e dei frizzi di plautina memoria, il messaggio della commedia è ben chiaro, in quanto, da un lato invita a rimanere se stessi pur nel tentativo lecito di progredire e, dall’altro, esalta la spontaneità tipica dei napoletani, che può sembrare eccessiva e caotica ma che risulta animata da un vero spirito “democratico”, non appreso ma innato, dettato dal possesso di quel “cuore” che è spalancato a tutti, indistintamente, e che è la parte buona dei partenopei: Napoli non è solo camorra, latrocinio, inganno, Napoli è anche e soprattutto umanità, solidarietà, intelligenza: già, un’intelligenza alimentata dalla scuola della vita, dal contatto diretto con gli altri, perché Napoli resta unica per il suo non aver paura di spalancare le porte al prossimo e, quindi, molto del messaggio evangelico è naturalmente intrinseco all’agire di chi è nato e vissuto nel “suol beato” di poetica rimembranza. Alla compagnia “E così sia”, a Daniela Castaldo e ai suoi collaboratori va il merito di aver consentito di sorridere ma anche di riflettere sull’inestimabilità di un patrimonio tutto nostro, che siamo stati nel tempo e rimarremo, si spera per sempre, gente dal cuore grande, grande, grande….

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