Mai nessuno avrebbe pensato di vivere e affrontare un anno così complicato, che ci ha destabilizzato e spaventato, rendendoci vulnerabili, fragili, ma allo stesso tempo più consapevoli di ciò che realmente conta nella vita. Siamo quasi a Dicembre e, la strada da percorrere, per vedere la luce alla fine del tunnel, è ancora lunga. Di errori commessi ce ne sono stati tanti, sì per l’imprevedibilità di quanto ci è piombato letteralmente addosso, ma anche per l’incompetenza di molti. Eppure, dopo tanti mesi, dall’esperienza da cui si trae sempre un insegnamento, viviamo ancora nell’incertezza; nelle indecisioni, nelle contraddizioni di chi, invece, dovrebbe indicarci la strada giusta da seguire. Si aprono le scuole, poi si chiudono, poi si riaprono, si dà il via a concorsi che vengono poi bloccati, si aprono e chiudono negozi, bar, ristoranti, cinema, teatri e musei, si creano zone gialle, arancioni e rosse, dividendo ancora una volta il nostro Paese. Lo scompiglio è totale. Tanti dubbi e lunghe discussioni su quali decisioni prendere per il mondo della scuola, con continui cambi di idee e posizione, mentre nessuna incertezza per il settore culturale, la decisione è stata secca: chiusura. Senza se e senza ma. I Musei, chiusi, abbandonati a se stessi, come se già non lo fossero, sempre trattati come se fossero quasi delle “aziende”, dimenticando il valore identitario di cui sono portatori. Sì, perché il senso di appartenenza può aspettare, ancora una volta, lì, in disparte e in lontananza. Come se tanti problemi che viviamo ogni giorno non dipendessero da un’identità ignorata, dalla mancata conoscenza di chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo ereditato, in termini di patrimonio non solo storico-artistico ma anche e soprattutto culturale. È proprio la consapevolezza di chi siamo a renderci persone virtuose, capaci di contribuire in modo positivo allo sviluppo della società, rendendola migliore. È da tempo che si dovrebbe fare di più, dare di più, per il settore culturale, perché come affermava Dante “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. E questa famosa virtù deriva dalla conoscenza, appunto. Chiudendo i Musei, luoghi che già “soffrono”, compresi da pochi “eletti” e presi invece d’assalto dalla massa solo in quei giorni che prevedono l’ingresso gratuito, si è deciso ancora una volta di mettere da parte il nostro passato, la nostra storia. Senza la storia non si può capire il presente e senza comprendere il presente non c’è proiezione nel futuro. I Musei continuano ad essere luogo per pochi, sono ancora troppo “lontani” dalle persone, come se fossero contenitori di oggetti. La loro funzione, invece, è di estrema importanza; sono sì edifici ma racchiudono il senso di tutto e riuscire a comunicarlo è l’obiettivo che si dovrebbe perseguire. Fino a quando ci occuperemo solo di ciò che porta profitto non avremo alcuna speranza di progredire umanamente. Resteremo sempre allo stesso punto e forse, addirittura, faremo passi indietro. Proprio in un momento storico come questo, di forte smarrimento, è necessario aggrapparci alle nostre radici, per ritrovare la retta via. E a chi non ha gli strumenti adatti, per il raggiungimento di questo scopo, dobbiamo fornirli, anche se costa fatica. Se riaprire i Musei al momento non è possibile, bisognerebbe almeno studiare delle alternative per far sì che la funzione che sono chiamati a svolgere non vada nel dimenticatoio una volta e per tutte. Si potrebbero stabilire, ad esempio, degli orari di apertura, anche se ridotti, con pochi ingressi, creare percorsi studiati ad hoc, allestire mostre che comunichino sì il passato ma che è pur sempre collegato al presente, realizzare un lavoro sinergico tra scuola e musei, riservando tra le ore di lezione (anche a distanza) uno spazio dedicato al settore culturale, con la partecipazione degli operatori museali, in modo tale da mantenere vivo l’interesse dei ragazzi, rendendoli parte attiva di un mondo che può sembrare distante ma che in realtà non lo è. A volte abbiamo bisogno di qualcuno che stimoli certe sensazioni che sembrano inesistenti e che invece sono dentro ognuno di noi.  L’approccio ai Beni Culturali deve cambiare, deve esserci partecipazione, ma affinché ciò si verifichi chi ha le competenze per farlo dovrebbe seguire una nuova linea; l’obiettivo deve essere chiaro e nascere dall’ascolto della comunità di riferimento, ai suoi valori e alla sua identità. I Musei hanno un’anima e bisogna comunicarla, proprio come fa il Museo del Baile Flamenco di Siviglia. Lì è possibile non solo visitare il Museo, ma anche assistere a spettacoli serali di Flamenco (almeno prima della pandemia), respirando e vivendo la vera anima di Siviglia. E così, uno spettacolo rende viva l’identità di un luogo. Non lasciamo che questa pandemia ci inasprisca ancor di più; ci sta allontanando gli uni dagli altri e, invece, per superarla dobbiamo sentirci tutti parte dello stesso “progetto”, quello del progresso individuale e collettivo; ed il progresso è strettamente legato alla conoscenza di ciò che ci ha preceduto e alle nostre radici. Soltanto così riusciremo a sentirci ciò che realmente siamo, ovvero “onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero e  fiori dello stesso giardino” (Seneca).

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