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Reato di Tortura: ieri, oggi e domani.

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Nel 1764, Cesare Beccaria, nel suo acutissimo saggio “Dei delitti e delle pene”, si interrogava sul giudizio da dare “alle segrete e private carneficine [torture] che la tirannia dell’ uso esercita sui rei e sugli innocenti” in Italia e nel mondo. Mutatis mutandis, nell’ era delle grandi lotte per i diritti civili, politici e sociali, atterrisce il dover sentir parlare ancora di atroci torture. In Italia, infatti, è sempre più acceso il dibattito sull’introduzione del reato di tortura nel sistema penale e numerose sono le campagne delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui spiccano quelle di Amnesty International ed Antigone. Il 26 giugno scorso si è celebrata la Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura, istituita dalle Nazioni Unite nel 1997 per ricordare due date epocali: il 26 giugno 1948, giorno in cui fu siglata la Carta delle Nazioni Unite e il 26 giugno 1984, data di entrata in vigore della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Tema della giornata è stato, specificamente, la lotta all’ impunità, vista come incapacità degli Stati di indagare le violazioni e punire i colpevoli. L’Italia ha ratificato la Convenzione con legge n. 489 del 3 novembre 1988. Tuttavia, nonostante ripetuti solleciti internazionali, a tutt’ oggi, non ha ancora provveduto a novellare il codice penale con l’ introduzione specifica del reato, consentendo che fattispecie qualificabili e qualificate come tortura vengano sanzionate con pene lievi e non applicabili per intervenuta prescrizione. Attualmente, pende alla Camera il disegno di legge relativo all’ introduzione del reato di tortura nel codice penale, approvato al Senato lo scorso 5 marzo.

Ma che cosa è la tortura e quali sono le ragioni che ne sono alla base? Per l’ articolo I della Convenzione internazionale in materia, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni. Viene usata per terrorizzare popolazioni, gruppi etnici, dissidenti politici o religiosi. E’ messa in atto da agenti di servizi segreti o di gruppi paramilitari, militari, gruppi combattenti di vario genere, uomini di religione, fanatici o integralisti religiosi. Il torturatore è educato ad un’ obbedienza assoluta e al rispetto indiscusso delle gerarchie. Diverse sono le forme di tortura: scariche elettriche, sevizie sessuali, stupri, sparizioni senza lasciare tracce, isolamento carcerario, privazione di cibo o di sonno, isolamento fisico, sensoriale, relazionale o affettivo. La storia della tortura abbraccia secoli e paesi diversi. Si hanno testimonianze dell’uso della tortura già nell’epoca greco-romana. Il ricavare informazioni con la forza ha massima acme nel periodo medioevale, durante il quale inizia l’ Inquisizione contro streghe ed eretici. L’attività dell’Inquisitore assume i caratteri di un fanatismo sessuofobico in cui la punizione deve far risplendere la luce di Dio. Alcuni strumenti e sistemi di tortura, che la Chiesa ha utilizzato per commettere i suoi “crimini contro l’umanità”, sono: Il Topo: tortura applicata a streghe ed eretici. Un topo vivo veniva inserito nella vagina o nell’ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l’apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d’uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati. Il Rogo: una delle forme più antiche di punizione delle streghe era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche agli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L’esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall’emissione della sentenza. La Vergine di Norimberga: l’idea di meccanizzare la tortura è nata in Germania. Fu così battezzata perché, vista dall’esterno, le sue sembianze erano quelle di una ragazza bavarese, e inoltre perché il suo prototipo venne costruito ed impiantato nei sotterranei del tribunale segreto di quella città. Era una specie di contenitore di metallo con porte pieghevoli; il condannato veniva rinchiuso all’interno, dove affilatissimi aculei trafiggevano il corpo dello sventurato in tutta la sua lunghezza. La disposizione di questi ultimi era così ben congegnata che, pur penetrando in varie parti del corpo, non trafiggevano organi vitali, quindi la vittima era destinata ad una lunga ed atroce agonia. In epoca contemporanea, i rapporti annuali di Amnesty International forniscono un quadro agghiacciante delle violazioni della dignità umana.

Le punizioni corporali e il regime carcerario mietono vittime in più di 60 paesi del mondo. Un panorama che spazia dall’Africa, al Medio Oriente, al Sud America, ai Paesi dell’Est Europa (Afganistan, Iraq, Libia, Siria, Corea del Nord, Crimea, Georgia, Cina). Ai boia si sono sostituiti, nella maggior parte di questi paesi, i carcerieri. Ricordiamo i tormentati e dibattuti casi italiani di Stefano Cucchi, Dimitri Alberti, Bolzaneto. Ancora, si pensi alle torture inflitte dai militari Usa ai detenuti delle carceri di Guantanamo e Abu Ghraib. La tortura moderna è vergognosamente subdola, viscida perché non lascia segni evidenti sul corpo ed incide sulla psiche: tecniche raffinatissime come vasche di deprivazione sensoriale, water boarding (ossia una simulazione di annegamento), ripetizione ininterrotta e ad altissimo volume di una canzone per ore, o anche per giorni, minacce. Che auspichiamo per il domani? La tortura è, di sicuro, sintomo patologico di assenza di democrazia. Combatterla è un imperativo morale nella consapevolezza che i diritti umani non sono un dono, non sono acquisiti ed assodati, ma una conquista quotidiana e dinamica, una battaglia contro il ritorno alla condizione animale ed asociale. Quanto al metodo, questo si risolve nell’ esercizio di una forma di pressione morale, psicologica e politica. Bisogna promuovere la formazione e la cultura dei diritti umani, stimolare l’opinione pubblica, incoraggiare l’ attivismo e la denuncia di questi abomini ogni giorno. Occorre far valere direttamente la responsabilità penale degli individui, trascinarli davanti a tribunali che li possano giudicare e, se trovati colpevoli, condannare a pene detentive, passando, così, dalla responsabilità internazionale dello Stato a quella penale dell’ individuo.

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Giovane redattrice e membro della Croce Rossa Italiana. Appassionata di lettura, teatro e jazz, nel corso dei miei studi universitari alla Facoltà di Giurisprudenza ho, altresì, maturato uno specifico interesse per il tema dei diritti umani. Scrivo con lo sguardo rivolto, sempre, allo scenario internazionale. Legata alla figura autorevole di Oriana Fallaci, sprone ed esempio di coraggio, ho abbracciato un suo pensiero: “Se sono brava non lo so, lavoro duro, lavoro bene. Ho dignità. Ho una vita per dimostrarlo”.