pet sounds1965: A Los Angeles, nella sua villa di Bel Air, Brian Wilson, leader indiscusso del gruppo californiano dei Beach Boys, ascolta per la prima volta “Rubber Soul” dei colleghi-rivali Beatles.  Un disco che ebbe un impatto profondissimo sulla cultura musicale di quell’epoca e che lo segnò profondamente. La sequenza delle tracce dava a questo capolavoro un senso unitario, quello che i critici definiscono “concept album”. Dalla stupenda e trascinate canzone iniziale “Drive my car”, alle sensazioni scandinave di “Norvegian wood”, alla conosciutissima “Michelle” a firma di Paul Mcartney, alla tormentata melodia di “Girl” di John Lennon, fino a quel grande pezzo di nome “In my life”che rappresenta uno spartiacque nella concezione della forma canzone dell’epoca con l’inserimento di una parte in stile bachiano a cui davvero non si può rimanere indifferenti. Il timido e riservato Brian ebbe un’illuminazione a quel punto. Proprio da coloro che aveva sempre cercato di eguagliare e, perché no, da superare. Fu così che nacque l’idea di PET SOUNDS. Fin ad allora i Beach Boys erano il classico gruppo da spiaggia che sfornava hit di successo in continuazione per la gioia dei loro fan e soprattutto dei produttori che vedevano nei 5 ragazzi una miniera d’oro. Dopo anni di canzoni surf e con tematiche che richiamavano situazioni di vita spensierate sotto il sole della California, nacque l’esigenza di cambiare gli stilemi del modo di fare e concepire la forma della composizione pop. A dire il vero dal 1962 (anno di uscita del loro primo album) al 1965 con l’uscita di “Beach Boys Party”, si era assistito ad una graduale raffinatezza delle creazioni musicali dei Nostri che si concretizzava nell’uso di orchestre che via via diventavano sempre più corpose (la cosiddetta “session” di Spectoriana memoria). Ma fu con quest’album che i propositi di definitiva maturità compositiva trovarono reale compiutezza. Nella mente di Brian Wilson avanzò l’idea di un progetto che avesse un carattere simbolico e narrativo oltre che meramente musicale. Ovvero l’abbandono della spensieratezza giovanile a favore di una maturità inevitabile che investe ognuno di noi nel percorso esistenziale. Per tradurre ciò in musica si servì dell’influenza dei grandi compositori classici, come Mozart, Bach e Vivaldi. Nacque il concetto, mai usato prima d’allora, di “pop barocco”. Un’ efficacissima mistura della tradizionale canzone unita ad una geniale sintesi delle melodie classiche. Quindi furono chiamati in causa strumenti sepolti come il clavicembalo che richiamavano le “Goldberg Varitions” di Bach (ascoltare obbligatoriamente “Caroline no” e “ You still believe in me”per farvi rendere l’idea) e l’organo dei “Concerti” omonimi di Haendel (“Don’talk” ne è un efficacissimo esempio). Ma non solo. Si sa, l’immediatezza e il genio si manifestano con intuizioni istintive. Come nel caso di ricorrere al suono del clacson di una bicicletta, ad un cane che abbaia, e a lattine di Coca aperte e gettate per terra. Da qui il titolo che dà il nome all’album che in italiano si potrebbe tradurre “ Suoni di animali domestici” non risparmiando una critica ad un membro del gruppo, Mike Love, che gli rinfacciava che canzoni del genere potessero piacere solo ad un cane….Si sbagliava di grosso. Anche oggi, infatti, l’album non finisce di avere riconoscimenti a testimonianza dell’impatto devastante che ha avuto. Nonostante siano presenti comunque canzoni sul loro stile classico (“Would’n it be nice”, “ I’m waiting for the day”, “That’s not me”) ciò che colpisce è la maturità compositiva delle altre tracce. Le strumentali “Let’s go for awhile”, l’omonima dell’album”Pet sounds”, la barocca e magnifica “ I just wasn’made for these times”, l’inquietante e affascinate “Here today” e soprattutto “God only knows” ( canzone annoverata da molti come tra le più belle mai composte nella storia della musica ) ci rendono perfettamente consapevoli di trovarci di fronte a qualcosa di eterno, che il tempo non può in alcun modo scalfire. Un capolavoro che non smette di rabbrividire l’ascoltatore. Ma come ogni tentativo di avvicinarsi troppo alla perfezione, il seguito diventa rischioso per chi si accinge a farlo. Infatti Brian pagherà lo scotto di cotanto sforzo creativo cadendo in una depressione fisica e mentale dalla quale anche oggi non si è totalmente ripreso.  Ma non potremo mai smetterlo di ringraziarlo per ciò che ci ha regalato. Sensazioni e brividi immutabili per la sua generazione, la nostra e per quelle che verranno.

Condividi su
  •  
  •  
  •  
  •  
  •