(di Massimo Rea)Il voto del 4 marzo ha decretato l’indubbio successo del Movimento 5 Stelle e della Lega sebbene, in un quadro più ampio, tali esiti positivi potrebbero apparire ridimensionati a causa di una scellerata legge elettorale, varata proprio per arginare l’ascesa del Movimento ma che ha sortito l’effetto di rendere arduo governare, a meno di opzioni parlamentari dell’ultima ora.

Eppure un risultato certo, nettissimo e incontrovertibile la tornata elettorale lo ha consegnato: il crollo del PD e l’arretramento della sinistra in generale.

Non inganni il buon risultato di Potere al Popolo; parliamo di percentuali infinitesimali, benché ottenute da un partito sorto da pochissimo che, del resto, si contrappone a tutte le politiche propugnate proprio dalla sinistra istituzionale.

Come sempre accade in questi casi, la sconfitta ha un solo padre, Matteo Renzi, ma le ragioni sono molteplici e complesse.

Cominciamo con l’inquadrare tale sconfitta nel contesto Europeo, dove l’arretramento del PD è stato preannunciato dalle catastrofi elettorali dei socialisti in Spagna, Olanda, Francia e recentemente anche in Germania. Se calcoliamo pure l’affermazione di Trump a danno dei Democratici, allora appare inoppugnabile la constatazione che l’area progressista perda posizioni ovunque.

In Europa il fenomeno può essere chiaramente collocato in un quadro di euroscetticismo, termine coniato per rendere meno amara la certezza che il modello di Unione Europea, retto sull’asse franco tedesco, comincia a suscitare un malcontento condiviso.

In tutta onestà, chi può affermare che oggi, il modello di integrazione degli Stati Membri nell’assetto istituzionale sovrannazionale, rispetti lo spirito ed i principi informatori che furono di De Gasperi, Martino, Schuman, Monnet e Adenauer?

Le recenti esternazioni di Juncker e di Schaeuble hanno chiarito una volta di più (non che ve ne fosse bisogno) che la Germania e la Francia, non hanno nessuna intenzione di recedere dalla politica egemonica e austera la quale mette i conti davanti a qualsiasi considerazione socio politica.

Insomma, l’Eurozona diventa sempre più l’Europa delle banche piuttosto che dei popoli e la strenua difesa di Bruxelles da parte del PD è apparsa oltremodo grottesca, soprattutto considerando la sofferenza del Paese dal punto di vista politico, sociale ed economico.

Ed è stato proprio questo atteggiamento altezzoso, quasi irriguardoso verso gli oppositori al punto da sfiorare l’arroganza, ad aver indispettito persino tanti elettori del partito di Renzi; ciò spiega l’emorragia dei consensi a tutto vantaggio proprio del M5S, in un meccanismo che a destra ha trovato corrispondenza nella fuga di consensi da FI alla Lega.

L’Italia e l’Europa si allontanano sempre più da una politica computistica che perde gradualmente qualsiasi contatto con la realtà.

Abbiamo assistito a scene di giubilo per un segno positivo sul Pil dello 0,1% o per i dati dopati sull’occupazione (gonfiata dal precariato post jobs act a danno del lavoro stabile); abbiamo registrato una difesa ad oltranza del modello di immigrazione nonostante sia ormai evidente che ne abbiano beneficiato soprattutto Ong e cooperative impegnate nell’accoglienza territoriale.

I dati dicono che solo al 10% dei richiedenti asilo alla fine viene riconosciuto lo status di rifugiato.

Persino temi importanti come la Riforma Costituzionale e il programma di vaccinazione sono stati calati dall’alto, dall’oggi al domani, saltando ogni stadio intermedio di confronto sociale, in un procedimento di “imposizione coattiva” simile all’esportazione della democrazia che gli stessi ambienti socialisti spesso rinfacciano agli Usa.

A chi faceva notare, per esempio, che le implicazione della “white economy” sul bilancio (un vero driver, come sottolineato da una recente inchiesta del Sole 24 Ore) sono tali da non poter essere ignorate, la sinistra ha risposto con una campagna denigratoria contro chiunque mettesse in dubbio l’esigenza della prevenzione. Nessuna visione retrograda, per carità, ma il Governo non si è preoccupato di affrontare il tema in profondità. Le case farmaceutiche, le quali sostengono quasi per intero il costo della ricerca (al di là del contributo statale di alcuni paesi) hanno sempre ritenuto antieconomici i vaccini, poiché danneggerebbero il comparto dei farmaci curativi; ebbene, gli enormi introiti dovuti ai recenti programmi di prevenzione hanno indotto le stesse a cambiare idea. In Italia manca una vera struttura centralizzata d’acquisto (le asl fanno praticamente da sole), per cui all’assenza di uniformità del costo d’acquisto dei vaccini si somma la convenienza per le case farmaceutiche di fornire pacchetti e aggregati piuttosto che prodotti singoli. Con possibili conseguenze deleterie sullo studio delle temute reazioni allergiche e degli effetti collaterali.

Anche la riforma della scuola è stata una vera spina nel fianco del Governo mentre la contiguità dell’Esecutivo alle banche e agli ambienti della finanza hanno rappresentato il colpo di grazia per la credibilità di un partito di sinistra che, da un lato ha preferito un assistenzialismo asfittico per mancanze di risorse, dall’altro non ha avuto difficoltà nel reperire svariate decine di miliardi di Euro, e per di più in poche ore, per soccorrere un sistema creditizio sbilanciato verso il mercato finanziario piuttosto che verso i risparmiatori. Il portato: il salvataggio reiterato di MpS e delle banche venete e toscane, finite per pochi spiccioli nelle tasche dei gruppi più importanti i quali, grazie all’Europa (una volta ancora) ammortizzeranno parte dei crediti deteriorati (NpL non performing loan) ereditati, attraverso un meccanismo di alleggerimento del loro peso sul bilancio che ne favorisce la cessione a cuor leggero. E senza avere, fino ad ora, individuato la benché minima responsabilità di amministratori e dirigenti delle banche o della stessa Bankitalia, le cui mancanze nel ruolo di vigilanza appaiono piuttosto evidenti.

Nel quadro che abbiamo delineato, gli elettori di sinistra avrebbero certamente avuto diritto ad un cambiamento di rotta che non tradisse i principi sbandierati, in nome di un primato morale contrapposto per decenni al “berlusconismo” neoliberista, ed invece hanno assistito ad un arroccamento cieco sulle proprie posizioni, sfociato nell’esternalizzazione delle lotte intestine, messe in piazza persino in Parlamento dove si è andati avanti spesso e volentieri a colpi di maggioranza.

Non credo che qualcuno nell’area di Governo avesse sottovalutato la percezione dell’imminente stangata elettorale e probabilmente l’esperienza di LeU nasce da una tardiva presa di coscienza da parte di taluni; intanto l’orchestrina ha continuato a suonare sul ponte della nave che si inabissava, mentre oggi gli stessi artefici del disastro pensano di poter dettare l’agenda di Governo (attraverso Gentiloni) sul Def, in previsione di un mancato incarico al nuovo premier entro aprile.

Immaginate: un partito sconfitto senza appello alle urne, continuerà a dettare le linee guida della nostra economia in virtù di una legge elettorale che ha reso impossibile attribuire una maggioranza in Parlamento.

A questo punto, interrogarsi sulle ragioni della sconfitta, appare addirittura superfluo…

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