Dichiarata ufficialmente stazione del sistema di comunicazioni ACE HIGH, la Base Proto era in realtà un prototipo di base segreta che, in caso di attacco nucleare, chimico o batteriologico, avrebbe dovuto fungere da bunker per gli ufficiali del comando NATO di stanza nelle basi di Bagnoli (Napoli).

Il team Urbex Campania – Essere altrove l’ha esplorata per voi.

STORIA

La NATO (North Atlantic Treaty Organization) nacque alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, come difesa dei paesi “occidentali” dal regime sovietico e le sue mire espansioniste per l’affermazione globale dell’ideologia comunista. Fu verso la fine degli anni cinquanta che la guerra fredda cominciò ad assumere contorni più acuti e avrà culmine di espressione nella costruzione del famigerato “muro” di Berlino nel 1961 e nella crisi dei missili sovietici a Cuba nell’ottobre del 1962. Ed è proprio in quegli anni che nasce il progetto della Base Proto, una base che avrebbe dovuto far fronte ad una eventuale apocalisse mondiale e che, quindi, doveva essere pronta a tutto e dotata di tutto. La base si snoda interamente sotto terra, se si eccettuano una serie di casematte e torrette di avvistamento oggi perse in una boscaglia lussureggiante. Quasi due chilometri di gallerie che penetrano nel massiccio calcareo del Massico da una parte all’altra, con due ingressi principali (un ingresso Est, un ingresso Ovest) ed uno di emergenza che sbucava sulle alture in un posto non ben precisato. Il tunnel si percorreva in macchina (c’era un addetto che portava i militari all’interno della base), ma dagli anni settanta fu sostituito da un trenino elettrico. La vera base si sviluppava al centro della galleria con accesso da una enorme e pesante porta antiatomica sul lato sinistro (se si proviene dall’ingresso Est) ed era divisa in cinque blocchi, su due livelli, collegati tra loro da un tunnel parallelo a quello di accesso. La base era dotata di protezioni elettromagnetiche (EMP), impianti di aria pressurizzata, varchi anti radiazioni e generatori di corrente, in modo da poter assolvere alle sue funzioni in maniera completamente autonoma, ma per un massimo di 2 mesi. Aveva palestre, cinema, mensa, ritrovi per i soldati con bar e sala biliardo, alloggi per ufficiali, soldati e tecnici. La sala controllo Raoc (Region Air Operations Center) era l’anima della base ed era accessibile sola a pochi con chiavi a codice. Dalla Raoc si poteva intercettare qualsiasi cosa volasse o navigasse da Gibilterra fino alla Turchia. Inoltre, Proto, come la base di Montevergine, era un terminale del sistema di ascolto e trasmissione Ace High. Ci vivevano mediamente 300 persone, ma durante le esercitazioni si poteva arrivare anche a mille.

Questa base era talmente segreta che era vietato fotografare al suo interno e persino parlarne. Non ci sono immagini, almeno di pubblico dominio, di quando era in funzione. Con il crollo dell’URSS, simbolicamente anticipato dall’abbattimento del muro di Berlino, e la fine della guerra fredda la base perse gradualmente la sua funzione strategica e fu chiusa; poi, ufficialmente abbandonata nel 1996. Da allora è rimasta così, muta testimone di un epoca ormai lontana, ma di cui si sentono ancora oggi gli echi profondi.

 

OGGI

FOTO 1

La base anni fa è stata sigillata da entrambi gli accessi con un muro di cemento armato spesso più un metro. Oltre c’è l’ignoto. Della base non ci sono planimetrie, fotografie di quando era in funzione. C’è molta umidità, l’oscurità è assoluta e c’è un inquietante eco che rimanda con notevole ritardo e deformati tutti i rumori, dandoci la sgradevole impressione che ci sia una base fantasma attiva nel buio in fondo. Concordiamo alcune procedure di sicurezza da rispettare. All’esterno tre persone sono allertate in caso di nostra prolungata assenza: se, a partire dalle 16, non risponderemo per più di un’ora al cellulare avranno il compito di avvisare i soccorsi, rivelando la nostra posizione. Dobbiamo, quindi, sbrigarci per evitare di dover per questo uscire prima del tempo, perché qui dentro non arriva alcun segnale, di alcun genere. Ci inoltriamo in una galleria completamente buia, il cui pavimento è pieno di buche e oggetti di ogni genere. Lungo il percorso compaiono sedie dall’aspetto antiquato, pezzi di motore, alcune brande e cataste di proteggi cavi di ferro ormai arrugginito.

FOTO 2 e 17

Camminiamo ormai da quasi un quarto d’ora, con il pavimento che è diventato viscido e scuro, quando finalmente ci imbattiamo nella grande porta anti atomica biancastra in una rientranza del tunnel. La porta è massiccia, quadrata e si muove ancora dolcemente sui cardini.

FOTO 3 e 4

Il primo istintivo pensiero di tutti è verificare se la porta si possa accidentalmente chiudere e rimanere bloccata: sarebbe la fine per tutti. Ma è pesante da spostare e l’aria è decisamente ferma qui dentro. Decidiamo che è sicura ed entriamo. Di qui comincia la vera e propria base ed anche la consapevolezza che tutto quello che finora ci è sembrato complicato in confronto è stata una passeggiata. Se possibile, la sensazione di oscurità qui è ancora più acuta; il pavimento è viscido, ingombro degli oggetti più strani. Tutto è incredibilmente logorato, decadente, come se fossero passati secoli e non ventiquattro anni. Le strutture sono fatiscenti, cadute o parzialmente cadute, in un groviglio che in alcuni ambienti ricorda una foresta tropicale di metallo. C’è anche il problema di orientarsi, perché non si tratta più di procedere in un tunnel lineare, ma di orientarsi in un dedalo di corridoi marci da cui si dipartono altri corridoi, in una teoria apparentemente caotica; il tutto su due livelli. Tocca fare ipotesi sulla collocazione degli ambienti e orientarsi a braccio.

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Decidiamo di esplorare un settore per volta stendendo il “filo di Arianna” di sicurezza. Cominciando dal primo a sinistra troviamo la bellissima centrale elettrica, cuore pulsante di questa avveniristica base.

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Man mano che entriamo negli altri blocchi ci rendiamo conto che la base è molto più grande e articolata di come ci immaginavamo. Molti degli angusti corridoi, che ricordano quelli di una nave da guerra, ospitano gli alloggi dei militari ed è la parte in condizione di estremo degrado. Muffa e ruggine ricoprono tutto, il pavimento è a tratti assai scivoloso. Dopo aver percorso un’infinità di corridoi, ambienti irriconoscibili e scale fino quasi a perdere il senso dell’orientamento, finalmente sbuchiamo nella zona dedicata al relax del personale dove c’è quello che era il ritrovo bar, una grande sala da biliardo, un cinema. Poi sale docce, ancora uffici, alloggi; della sala operativa ancora nessuna traccia.

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Così ci avventuriamo in un corridoio non esplorato e, appena trovato un accesso al livello superiore, vi saliamo. Compare un vano ascensore con la cabina ferma al pian terreno e nulla più sopra a conferma che il terzo livello di cui si fantastica non dovrebbe esistere. Una sala ingombra di ferraglie diversa dagli ambienti incontrati finora, più pulita ci dice che forse siamo vicini. FOTO 18,19,20Percorsa un’altra scala in muratura arriviamo a degli ambienti e poi alla grande sala delle operazioni: ci appare un’enorme mappa del Mediterraneo con a fianco un tabellone, tipo quelli degli aeroporti, con tutte le basi aeree d’Italia, Grecia e Turchia e i relativi codici Nato. Ci sono nomi noti: Aviano, Sigonella, Comiso, Falconara. Sembra di essere sul set di un film di 007 tanto che sembra irreale. La sala operativa è visibile da vari livelli, ma noi siamo voluti scendere anche nel più basso che permette l’accesso all’interno, per poter ammirare da sotto e più vicino i tabelloni.

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Abbassando le Torce, ci accorgiamo con terrore che il piano è completamente marcio e pieno di voragini che nel buio avrebbero potuto inghiottire qualcuno di noi. Usciamo dalla sala tirando un sospiro di sollievo. E’ il segno che è tempo di tornare e non sfidare ulteriormente la fortuna. Non rimane molto tempo prima che i nostri contatti esterni diano l’allarme e dobbiamo essere fuori per dare il “tutto bene”. A noi la consapevolezza di avere visto qualcosa, di unico, di straordinario: come avere fatto un tuffo nel secolo scorso, nel passato recente della nostra storia

 

 

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