14281435_la-volont-che-ci-fa-agire-parte-0 (1)In un’epoca nella quale la fretta la fa da padrone, gli impegni incalzano, lo stress distrugge, la noia stressa, osanniamo il voler dell’apparenza a discapito della sana efficienza. Il noi nasce prima dell’apprezzamento proprio dell’individuo, ergo prende forma il concetto soggettivo dell’io. In base all’accettazione collettiva muoviamo i nostri passi. Vogliamo sembrare sempre perfetti agli occhi della società, essere impeccabili ad ogni lavoro, parola, gesto. Nel concretizzare tali comportamenti dimentichiamo spesso la nostra predisposizione genetica, il proprio indirizzo morale o più semplicemente la nostra reale personalità. Inconsciamente maturiamo sofferenza, abbandoniamo la riflessione, dimentichiamo di essere umani. Incredibile, non riusciamo più a percepire emozioni, ci irritiamo per un niente, non assaporiamo più la serenità. Smarrita dalla psiche, interrotta per disagi, ignorata per tempo. Uno smacco violento, un tramonto dell’armonia, la condanna d’un fallimento. In sostanza come fare? La meditazione, come ai padri spirituali piace definirla, rappresenta una comune pratica d’uso quotidiano nei paesi dell’Oriente. Sviluppata negli ultimi anni anche in Europa, servirebbe all’uomo per giungere o quantomeno avvicinarsi ad una completa padronanza delle attività mentali. Tale stadio di solitudine dovrebbe descrivere la pace dei sensi, il blasonato nirvana, il raggiungimento dell’atarassia, la serenità dello spirito. In sintesi, quando un individuo afferma che per poter essere felici insieme agli altri bisogna dapprima saper convivere da soli con se stessi. Allor medito su questa ipotesi invitando a ragionare a riguardo. Fermarsi a meditare, sebbene importante, non ascrive potenza risolutiva. Vivere meditando esprime la mera soluzione da adottare affinché si possano osservare dei concreti miglioramenti.

 

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