divide-et-impera-ignoranza-illusioneUna lettrice de “il Giornale di Casoria” mi scrive: “Salve sono una docente, che vive da oltre venti anni a Bologna, due volte all’anno ritorno nella mia città a Casoria e ogni volta quando vado via, porto con me tanta tristezza. Ahimè, la mia terra, come è peggiorata, ma come è possibile che una città ricca di talenti e bellezze come la nostra non riesca a mettere in campo le migliori energie?”. In poche frasi, questa nostra ex concittadina, è riuscita a riassumere lo stato di profonda prostrazione nel quale siamo caduti. Gli ultimi dati attestano che un casoriano su tre, tra i 18 e i 28 anni, è senza lavoro. Uno scenario desolante sullo sfondo di una città sporca e abbandonata, con gli scheletri di quelle industrie che, un tempo non lontano, rappresentavano il fiore all’occhiello della modernizzazione dell’intera area a Nord di Napoli. Quel 30% di fortunati, che un lavoro ce l’ha, è costretto a divincolarsi tra i vari contratti precari, senza alcuna tutela e senza la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso. Restano le parole, solo parole, le solite, quelle di sempre. La politica sorda e personalistica, corrotta e incapace, continua a rifiutare di assumersi le proprie responsabilità. Precarietà e disoccupazione sono un dramma da affrontare al più presto, con proposte e soluzioni concrete. C’è bisogno di un progetto nuovo, collettivo, di cambiamento, senza favoritismi e senza clientele, mettendo da parte gli interessi dei singoli, con l’ardore e la voglia di crederci, per dire a voce alta: “si può cambiare”. Casoria deve ripartire dai propri figli, dai professionisti, dalle associazioni, dalle forze culturali, c’è bisogno di uno scatto d’orgoglio, di creare percorsi partecipati che vadano nella giusta direzione di rivoluzione sociale, con il coraggio di non abbassare la testa di fronte agli scempi e all’arroganza di chi ostenta connivenze e complicità affaristiche. Non bastano le chiacchiere da conferenza stampa che si sono levate in questi giorni, inutili parole per cercare di salvare e ripulire immagini putride. Bisogna reagire, perché chi non muove un dito per questa terra è complice degli affaristi, della malapolitica, del malaffare. Chi accusa l’altro e non si mette in gioco produce e diffonde solo ignoranza e odio, senza assumersi le proprie responsabilità. In Spagna c’è il detto “echar el muerto al otro”, cioè “passare il morto all’altro”. Questa frase ha una curiosa spiegazione: se all’interno di un feudo veniva trovata una persona morta per cause non naturali, agli abitanti veniva imposto di pagare una tassa al signore del feudo per aver “ucciso” uno dei suoi lavoratori. Gli abitanti, come potrete ben immaginare, per evitare di pagare il balzello caricavano il morto su un mulo o un carro e lo trasportavano al feudo più vicino. In tal modo si restava esonerati dal pagare il contributo. Questa storia simpatica ci fa capire che è l’indifferenza ad uccidere e l’ignoranza è sua complice. “Sono immune, perché non partecipo, non vivo, non creo fastidio” questo il tipico messaggio o ragionamento di chi vive con disinteresse la città. Bisogna estirpare questa forma di mentalità. E’ necessaria una presa di coscienza collettiva per cambiare questo modus operandi, prima verso noi stessi e poi verso gli altri…

 

 

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