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Le discepole del Giullare di Dio: il nuovo saggio di Lucia Antinucci

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1477439_734635736599594_6198580795833853980_nA distanza di due anni, dalla sua ultima pubblicazione, la prof.ssa Lucia Antinucci, dottore in Teologia Dommatica, ha dato alle stampe con la Tau editrice un breve saggio, di 117 pagine, dal titolo: “Le Discepole del Giullare di Dio – Francesco d’Assisi e la sorellanza”.
Il testo, dedicato alla parità di genere, offre varie testimonianze di donne protagoniste nella Chiesa del medioevo e tra queste donne, sante, mistiche e penitenti brillano le figure di Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Rosa da Viterbo, Elisabetta d’Ungheria, Filippa Mareri, Elisabetta del Portogallo, Caterina da Bologna, Brigida di Svezia e Rita da Cascia. Nell’accennare brevemente alla vita di queste “profeta” dei loro tempi, la dott.ssa Antinucci propone diversi spunti di riflessione e rileva, in maniera chiara, la loro storia di conversione, come per Margherita da Cortona, una ragazza che a diciotto anni scappa da casa per convivere con un giovane nobile di Montepulciano che la tenne con sé per nove anni e non la sposò neppure quando dalla loro unione nacque un figlio. Alla morte del compagno Margherita fu scacciata dal castello e si trovò in una condizione di miseria tale da essere costretta a prostituirsi, la conversione riesce a salvare Margherita che decide di passare il resto della sua vita da penitente. Interessantissimo, nel lavoro della prof.ssa Antinucci, la narrazione di diaconesse e badesse “mitrate” che, avendo poteri di un’ampiezza straordinaria, avevano insegne episcopali e impartivano la benedizione usando la formula “per grazia di Dio e della Sede Apostolica.  In alcuni casi, come per Anselperga badessa di San Salvatore a Brescia, per diretto ordine di Papa Paolo I il potere era svincolato dal controllo vescovile. Altre erano reggenti di veri principati con un esercito, una propria moneta, un rapporto diretto con la sede romana. Il testo, come facilmente può dedursi dal titolo, è incentrato sulla spiritualità francescana che appassionò le donne contemporanee del serafico Francesco d’Assisi. La dott.ssa Antinucci, in particolare, cita la nobildonna Jacopa dei sette sogli, familiarmente conosciuta come Frate Jacopa, che fu presente al capezzale di Francesco e diede conforto al corpo sofferente dell’amato Santo portando con sé il cilicio, nel quale, dopo la morte, fu avvolto lo stigmatizzato. Frate Jacopa, in quella occasione, porta anche i mostaccioli, l’autrice chiarisce che Francesco, per le sue gravi condizioni, riuscì appena ad assaggiarli ma con quel gesto (mangiare dolci) vuole esprimere la gioia per la conclusione del suo pellegrinaggio terreno. Frate Jacopa fu la discepola più amata tra quelle rimaste nel secolo, infatti, il santo, parlando di lei, si esprime in questa maniera: “Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna Jacopa, fratello nostro! Aprite le porte e fatela entrare perché per fratello Giacoma non c’è da osservare il decreto relativo alle donne” (F.F. 862).
CievxFbX4BJO_s4-mbUna parte consistente del saggio è dedicata alla sorella e madre spirituale di San Francesco: la penitente Santa Chiara. La ragazza, che fu il germoglio femminile dell’ordine francescano, lascia la propria casa di notte e con la luce incerta di una lanterna, l’evento vuole rappresentare il simbolismo della consacrazione monastica ed è un riferimento indubbio alla parabola delle vergini prudenti che, di notte, vanno incontro allo sposo. L’amore di Chiara per la vita contemplativa, la preghiera e la Santissima Eucarestia è testimoniato, innanzitutto, dalle continue penitenze alle quali si sottoponeva, sofferenze che quanto più crescevano tanto più lasciavano che in lei irradiasse la letizia. I suoi ventotto anni di malattia sono puntellati da un’indiscussa fermezza nel volere abbracciare la stessa povertà che il serafico Padre aveva previsto per i suoi frati e, pur sottoponendosi alla gerarchia ecclesiale, testimonia la sua fermezza dicendo “No” al Papa che voleva mitigare quella forma di vita. Chiara è la prima donna a scrivere una regola religiosa per altre donne e il testo riesce, al meglio, a riscriverne la figura in una complessa, quanto desiderata, rilettura del ruolo della donna nella Chiesa di ieri e di oggi. Il saggio è arricchito da passi delle Fonti Francescane, uno in particolare voglio condividerlo con voi perché riassume l’essenza stessa del testo: Non sarà mai cieco chi vedrà Dio (F.F. 3198).

 

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Laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla Storia della Giustizia in Terra di Lavoro, vive a Casoria, è appassionato di storia della Chiesa, studioso di agiografia cristiana, ed è il blogger del sito La Voce del Santo. Collabora con la Biblioteca di Sant’Antonio di Afragola ed è uno dei bibliotecari abilitati all’inserimento dei dati nel Polo sbn di Napoli.