Durante il percorso del suo cammino di fede, padre Ludovico conobbe personalità molto diverse ed alcune di queste furono fondamentali per la realizzazione di grandi opere di carità. Tale fu l’incontro con il genovese don Nicolò Olivieri che avvenne il 9 Novembre del 1854. I due si incontrarono presso via Toledo, a Napoli e don Olivieri aveva per mano due moretti, i quali erano stati riscattati dalla schiavitù in Africa per poter essere affidati ad Istituti o Case Religiose. Il nostro fraticello prese con sé i moretti, Rab e Morgian e presto concluse che l’Africa dovesse convertirsi tramite il riscatto e la conversione di questi moretti. Il progetto affascinò in modo tale il “nostro Santo” che questi decise di educare ed istruire i giovanissimi africani affinché essi stessi potessero ritornare come missionari nei paesi d’origine. Il motto divenne “L’Africa convertirà l’Africa”. Inizio così a prendere vita questa nuova avventura ed anche se le difficoltà erano molteplici, come anche la diffidenza verso queste creature di Dio, egli continuò caparbiamente e perseguire il suo progetto. Quando padre Ludovico condusse i due moretti alla “Palma” disse di loro: “… a ogni cosa che riguardava la religione si sentivano commossi a rispetto e divozione … queste creature hanno un’anima sensibilissima e capace di adorazione, di pietà e di vita cristiana”. I primi cinque moretti furono battezzati il 12 Ottobre del 1856 dal cardinale arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza nella chiesa di San Pietro ad Aram. Al fine di riuscire al meglio nelle sua difficile impresa, padre Ludovico si rivolse anche a Ferdinando II, il quale decise di contribuire al riscatto di alcuni giovani schiavi e così furono comprati dodici moretti per dodicimila lire in Alessandria d’Egitto. Fu questa la prima volta che il nostro frate francescano andò in Africa, al fine di accogliere i moretti dal Console a cui il Re aveva dato mandato. In tre anni, era il 1859, i moretti riscattati raggiunsero il numero di sessantaquattro. Padre Ludovico prese ad occuparsi anche delle morette, le quali alloggiarono prima in una casa presa in fitto ai Pirozzi, cresciute di numero, furono trasferite in un fabbricato donato dal re Francesco II, successo a suo padre Ferdinando, sotto la direzione delle Suore Stimmatine fondate da Anna Lapini. Prese così vita “Il Collegio delle Morette”, inaugurato a Capodimonte il 10 Maggio 1859 e che all’inizio ospitò dodici bimbe more ed alcune bimbe povere napoletane. Trascorsi circa sette anni, padre Ludovico preparò una missione per tre moretti, un sacerdote e due laici. Nel 1865 egli ottenne infatti dalla Sacra Congregazione di Propaganda Fide la stazione africana di Scellal, presso Assuan, come base di partenza per l’evangelizzazione dell’Africa centrale e come sede di un ospedale e dimora per missionari, i quali furono affidati proprio a padre Ludovico che, in questa occasione, incontrò anche Daniele Comboni, già impegnato in una missione in Africa. Padre Ludovico e i giovani missionari africani partirono da Napoli il 4 Ottobre 1865, senza soldi né bagagli, avevano solo un biglietto per Civitavecchia e una camicia. A Roma ebbero la benedizione da Pio IX e diciassette scudi per arrivare a Firenze; la carità dei fiorentini li portò a Torino, la generosità dei torinesi li portò a Vienna. Arrivati a Trieste, si imbarcarono per il Cairo. Durante il viaggio ci fu una tremenda tempesta e navigarono per trentadue giorni sul Nilo su una barca a vela. Riuscirono finalmente ad arrivare ad Assuan il 6 Gennaio dell’anno seguente. Si mossero poi verso Scellal e qui inaugurarono la missione con una Messa celebrata dal padre stesso. Avuta però la terribile notizia che a Napoli si era propagato il colera, il frate decise di fare ritorno a casa. Egli fu accolto sul piroscafo di un principe, nipote dell’Imperatore di Germania e discese il Nilo. Con l’accoglienza dei francesi, proseguì il suo ritorno a Napoli! Questo viaggio straordinario è riprova della grandissima fede del fraticello e della sua totale fiducia nella Provvidenza divina. La missione non riuscì a rimanere in vita per mancanza di fondi ma, nel 1883 padre Ludovico presentò al Ministro degli Esteri il progetto di una missione cattolica, con chiesa e scuola da fondare ad Assab, in Eritrea. Tale proposta fu accolta ed approvata, ma anche questa non riuscì ad imporsi in modo permanente. La questione del riscatto dei moretti gli fu così cara che decise di scrivere a tale proposito due drammi “I mori della Palma in Africa” e “Il Figliuol Prodigo” i quali rimasero incompiuti per la prematura morte di Filippo Parisi, con il quale collaborò per alcuni composizioni musicali. Ricordiamo anche le parole del decreto scritto per ricordare la scopo della missione in Africa e che riflettevano pienamente l’idea di padre Ludovico “… riscattare dalla schiavitù e miseria, in cui giacciono, e quindi educare e istruire nella fede, nella scienza cattolica e nelle arti civili di ogni sorta, i giovani che si raccoglieranno in Africa; e ciò con questo fine: che ben educati, istruiti ed informati dello spirito cattolico, fatti adulti, ritornino ai loro paesi per propagarvi, ciascuno secondo la propria professione, la fede di Gesù Cristo e la civiltà cristiana”. Egli volle ricordare i moretti anche nel suo testamento dicendo “… i poveri Africani, pei quali avrei voluto esporre la mia vita per la loro salvezza …” e prima ancora di morire, avendo saputo della morte del Verri, successo all’Olivieri nell’opera del riscatto dei moretti, ottenne dal Papa che quell’opera fosse affidata a lui, affinché dopo la sua morte fosse nelle mani dell’Istituto dei Bigi . Queste le parole che in tale occasione padre Ludovico disse al P. Bonaventura: “ Quando dunque il Signore mi chiamerà a sé, l’opera si troverà già nell’Istituto dei Bigi, e si perpetuerà in essi la mia passione. Quando andai all’Africa, dicevo: O Africa o morte. Ora questa passione la lascio all’Istituto … Tutto ciò che ho fatto sino allo scrivere al Papa, tutto fu una luce di Dio, una luce che io ebbi da Lui ”. Di seguito la storia della vita dei due Moretti dopo la loro istruzione avvenuta ad opera del Santo Padre Ludovico. Per provvedere alla loro educazione P. Ludovico cominciò a studiarne l’indole, la mentalità e la vita privata nelle sue manifestazioni. Ecco dunque quanto scrisse lo stesso P. Ludovico:
«Quando vennero all’infermeria della Palma i due Moretti Rab e Morgian, io mi posi a studiarli, non avendo affatto idea di mori: studio per me nuovo e piacevolissimo. Avendo io un interprete per intendere la lingua araba, un giorno uno di essi, vedendo un Cristo in croce, disse in arabo: “ Chi è quell’uomo fitto in quel legno e chi e che ce lo ha messo? “. L’interprete rispose: “Sono stati taluni uomini”. Di ogni immagine che vedevano s’innamoravano e interrogavano: “Che cosa e questa immagine?”. E a ogni cosa che riguardava la religione si sentivano commossi a rispetto e devozione. Allora io dissi tra me: Queste creature hanno un’anima sensibilissima e capace di adorazione, di pietà e di vita cristiana, Così venni in cognizione di fatto che dentro di loro c’era Iddio nascosto; ma con l’istruzione avrebbero fatto progressi nella Legge del Signore. Proviamo dunque, io dissi allora, la mente e l’intelligenza di questi due moretti. Uno era serio e pensieroso, che aveva nome Rab; l’altro allegro e ladroncello, che rubava di notte; si levava quando noi si dormiva e si pigliava e si nascondeva tutte quelle cose che gli piacevano. Tutti e due erano intelligenti; ritenevano a memoria tutto ciò che loro si diceva; imparavano presto le vocali e le sillabe italiane. II burlare altri avevano in orrore; e quando taluno rideva di loro e mostrava loro dispetto, dicevano: “Cattivo!”. Or questo indicava rettitudine nella loro anima, bellezza e nobiltà di cuore: affezionati, davano facilmente. Allora io dissi tra me e me: “Questi fanciulli negri sono come i bianchi, non stanno al di sotto di essi: che bel terreno ho dunque nelle mani! Essi sono capaci di lettere e di scienze, di arti e di educazione”».
Agostino Morgian, istruito ed educato cristianamente, morì il 14 febbraio 1859, non ancora dodicenne, e la sua morte fu edificante.
Felice Rab visse trentaquattro anni e morì il 13 ottobre 1882. Vestì sempre l’abito francescano che era la divisa del Collegio e non volle mai separarsi da P. Ludovico. Di puri costumi e di grandi capacità intellettuali avrebbe potuto diventare sacerdote, seguendo i consigli e l’incoraggiamento del Padre dell’anima sua, ma preferì vivere una vita di pietà e di studio. Fu scritto di lui, diventato giovane: «alto e svelto nella persona, negro di belle forme che avevano del signorile… a conoscerlo, pareva nato nel mezzo dell’Italia, per indole d’ingegno, per gusto dell’italico sermone, per conoscenza della letteratura italiana, per valentia di scrivere italiano puro, elegante, conciso, in prosa ed in poesia».
Nel 1867 conseguì il diploma di maestro elementare, di grado inferiore e nel 1870 quello di grado superiore riuscendo primo assoluto fra trecento candidati: esaminatore era Luigi Settembrini. Insegnò negli Istituti dei Frati Bigi. San Ludovico da Casoria, grande santo sociale della Chiesa Cattolica, antesignano come solo i santi possono esserlo del terzomondismo e della dottrina sociale della Chiesa, che fu proclamata- ed anche questo è un segno dello Spirito Santo- proprio da un Papa che aveva conosciuto ed apprezzato in vita il nostro Padre Ludovico, quel Leone XIII che con l’encliclica storica “ RERUM NOVARUM” ( DELLE COSE NUOVE) fonda la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Era il 15 maggio 1891. Sei anni dopo la morte del padre Ludovico. La Chiesa, ufficialmente scende in campo nella cosiddetta “ questione sociale” Un riconoscimento postumo ai precursori profetici, di questa dottrina: ossia quei santi sociali il cui capostipite era stato Padre Ludovico, artefice massimo di quella Chiesa che si proietta nel mondo degli ultimi, dei senza voce, che varca i confini geografici e territoriali della penisola per arrivare fino in Africa per salvare e redimere i Moretti di allora, che altri non sono che i moderni migranti di oggi. Ci piace terminare questo articolo con le parole del maggior agiografo di Padre Ludovico che forse, per averlo conosciuto e frequentato in vita è colui il quale denota di aver ben compreso l’intimo segreto della personalità del Padre. Eccole: la forza più potente delle sue grandi opera fu la sua eminente semplicità. Semplice e povero l’abito; semplice l’atteggiamento e lo sguardo; semplicissima la parola, al punto che “veder lui e innamorarsi della sua semplicità, era tutt’uno. Anzi credo che le principale attrattive del P. Ludovico derivassero appunto da quella semplicità che il mondo disprezza, ma che pure è una delle principali condizioni della vera grandezza, sempre”.

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