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La Rivoluzione Napoletana del 1799: Luisa Sanfelice ed Eleonora Pimentel Fonseca

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Forsan et haec olim meminisse juvabit” (E forse un giorno gioverà ricordare tutto questo-Virgilio, Eneide, I, v. 203).

 

 

 

 

 

 

 

 

Tanto si è scritto sulla rivoluzione napoletana del 1799 e soprattutto su Luisa Sanfelice ed Eleonora Pimentel Fonseca, esponenti di spicco di questa avventura politica e culturale, di cui ancora oggi risuona l’eco nel Palazzo Serra di Cassano.

Durò appena sei mesi la Repubblica a Napoli, giusto il tempo di respirarne l’aria, prima che il Re Borbone, aiutato dagli inglesi e dall’esercito della Santa Fede tornasse spietato a stroncare nel sangue quello straordinario sogno rivoluzionario.

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Io sono affascinata da questa storia, ho seguito ed inseguito negli anni luoghi, libri, canti, persone che mi parlassero di quel periodo, ma soprattutto che mi raccontassero di donna Luisa e donna Eleonora.

Ricordo che negli anni 90, mi recai da Napolitano, nota ditta di pianoforti a Napoli, la cui sede è a piazza Carità, nel pieno centro di Napoli, ai piani superiori c’era l’appartamento di Luisa Sanfelice ( che io chiesi di visitare), luogo d’incontro con i suoi innamorati, come maliziosamente mi precisò il commesso che per l’occasione faceva anche da guida e commentava a modo suo gli avvenimenti storici legati alla Sanfelice.

Già allora iniziai a provare simpatia per questo personaggio e nel contempo rammarico , tristezza e quella sensazione così ben descritta da Enzo Striano nel suo romanzo “Il Resto di Niente”, sulla rovinosa fine della rivoluzione napoletana.

Il mio interesse si è accresciuto quando ho letto il romanzo di Maria Antonietta Macciocchi  ”l’Amante della rivoluzione” un ritratto avvincente e appassionante di Luisa Sanfelice, della sua sfortunata sorte , sullo sfondo c’è Napoli , che sembra osservare il tutto con occhi poetici e complici.

Ci sono stati poi anche degli sceneggiati in TV, i canti tramandati secondo la tradizione orale dell’epoca, per ricordare questi avvenimenti.

Di Eleonora Pimentel Fonseca invece sono rimasti gli scritti, lei era poetessa ed anche giornalista, fondò infatti “il monitore napoletano” il giornale del governo rivoluzionario redatto durante i 5 mesi di vita della Repubblica Partenopea, gli ultimi della sua esistenza. Fu una figura di spicco della Repubblica Napoletana nonché la prima direttrice donna, in Italia, di un giornale.

Il Monitore fu pubblicato dal 2 febbraio all’8 giugno e furono dati alle stampe 32 numeri bisettimanali. Il giornale, pur non essendo l’organo ufficiale della repubblica, ne era la voce con la quale venivano informati i cittadini dei provvedimenti che il nuovo governo adottava. La Fonseca non rinunciava alle critiche, in special modo nei confronti delle truppe francesi che erano le garanti della repubblica ma che spesso, con i loro comportamenti non corretti nei confronti della popolazione, erano oggetto delle reprimende severe della stessa attraverso le colonne del suo giornale.

Le sue furono sempre posizioni di grande equilibrio. Fino alla fine, nonostante tutte le voci allarmanti che venivano dai casali alle porte di Napoli come Casoria e Torre Annunziata, Eleonora continuava a scrivere con l’intento di lasciare sempre aperta nell’opinione pubblica la fiducia in una vittoria dei repubblicani.

Come giornalista, del resto, ella non attribuiva al giornale la funzione di un atto passeggero che scompare dopo aver raggiunto il suo scopo, ma lo considerava un documento, un testimone dei fatti. Le vicende passano, il giornale rimane per i posteri: servirà a fare la storia di quegli avvenimenti.

Una donna eccezionale, secondo i biografi, sia per intelligenza che per cultura, vissuta forse in un’epoca

poco adatta a lei, a lei che era così evoluta e precorritrice di quella liberazione delle donne , ancor oggi

tanto agognata, specialmente al sud.

Adesso noto con rammarico che poco si parla di questo periodo, sarà un caso, sarà una coincidenza con la scomparsa dell’avvocato Marotta che riusciva a tener viva sempre la memoria dei martiri della rivoluzione napoletana. Marotta, dunque, indimenticato direttore dell’Istituto Italiano degli Studi Filosofici, luogo simbolo della Repubblica Napoletana del 1799, con le sue stanze impregnate di cultura e di quel tempo mai trascorso, col suo portone chiuso da allora in faccia al sanguinario Re Borbone che condannò al patibolo, tra gli altri,  il giovane  Gennaro Serra, infatti il padre di Gennaro Serra di Cassano per mostrare il suo disprezzo nei confronti del re che aveva fatto giustiziare il figlio nonostante le sue richieste di grazia, sprangò il portone del suo palazzo a Monte di Dio che si trovava di fronte al Palazzo Reale. Il portone fu riaperto solo nel 1960 per il  cosiddetto “Ballo dei Re” dato in occasione delle olimpiadi della vela che si tennero a Napoli a cui parteciparono molti esponenti di case regnanti.

Con la rivoluzione napoletana nacque in Italia la figura di un intellettuale nuovo per il quale letteratura e filosofia divennero definitivamente impegno morale ed azione politica sino al sacrificio supremo della vita.  Eleonora ne è stata l’antesignana.

Il 20 agosto 1799 a Piazza Mercato finiva colei che sarebbe divenuta il simbolo di una rivoluzione; con lei caddero le speranze di una città che, anche al femminile, aveva saputo proporre all’Europa intera un nuovo ed inusitato volto. Non solo feste e balli, sole e mare, maccheroni e lazzaroni, come allora si diceva di Napoli in Europa, ma anche coraggio, cultura e scienza.

La modernità di Luisa Sanfelice, invece eroina per caso e martire nella Rivoluzione Napoletana del 1799, è testimoniata, come accennavo all’inizio dalla sua fortuna letteraria. Accanto alle opere storiche di Pietro Colletta e soprattutto di Benedetto Croce va ricordato tra gli altri il romanzo che le dedicò Alexandre Dumas padre. A questi si aggiungono una serie di opere tra le quali un film dei fratelli Taviani e il romanzo di un giornalista americano, Vincent Sheean, nato in Illinois nel 1899, inviato per il “New York Herald Tribune” nella Guerra civile spagnola, che proprio in quei burrascosi anni Trenta del Novecento dedicò all’eroina napoletana il romanzo storico tradotto da Carlo Coardi, dal titolo “Luisa Sanfelice”.

Luisa sarà giustiziata in piazza Mercato a Napoli l’11 settembre 1800. Prima sgozzata dal boia con un coltello, poi decapitata. La crudeltà della sua fine, a 36 anni, contribuisce a farne un’icona della rivoluzione. Un anno prima, in quella stessa piazza erano stati giustiziati i veri protagonisti della Rivoluzione Napoletana, a cominciare da quell’Eleonora Fonseca Pimentel che l’aveva accolta nel suo salotto.

L’amante giacobino Ferdinando Ferri, per cui Luisa si era giocata la vita, sarebbe diventato negli anni successivi uno dei ministri del Borbone, dopo aver chiesto perdono e rinnegato il suo passato di rivoluzionario .

Si dice che ancora oggi il fantasma di donna Luisa appare ogni anno tra il 10 e l’11 settembre nel giorno della sua morte, con un vestito lungo ed una corda al collo, vagando nei vicoli adiacenti a Piazza Mercato in cerca di vendetta

« Parlo di quella vera ecatombe, che stupì il mondo civile e rese attonita e dolente tutta Italia: l’ecatombe de’ giustiziati nella sola città di Napoli dal giugno 1799 al settembre 1800 per decreto della Giunta Militare e della Giunta di Stato. Il mondo, e l’Italia specialmente, sa i nomi e l’eroismo di gran parte di quegli uomini, sente ancor oggi tutto l’orrore di quelle stragi, conosce di quanto e di quale sangue s’imbevve allora quella piazza del Mercato, in cui al giovinetto Corradino fu mozzo il capo il 29 ottobre del 1268, e il povero Masaniello tradito e crivellato di palle il 16 luglio del 1647; ma pur troppo, ignora ancora tutti i nomi di quei primi martiri della libertà napoletana! »
(I giustiziati di Napoli del 1799)

E  di rincalzo così scriveva Benedetto Croce, che continuava identificando i responsabili delle sanguinosa repressione:

«  Lasciamo da parte i consiglieri per cortigianeria o per esaltazione e il canagliume ch’è sempre pronto e disposto a tutto. Ma i grandi responsabili restano tre: re Ferdinando, Carolina d’Austria e il Nelson. »

ll giudizio sui primi due è senza appello:

«  A re Ferdinando si è fatto forse troppo onore chiamandolo un tiranno. […] Egli pensava alla caccia, alle femmine e alla buona tavola; e purché gli lasciassero fare le dette cose, era pronto a intimare la guerra, a fuggire, a promettere, a spergiurare, a perdonare e ad uccidere, spesso ridendo allo spettacolo bizzarro. »

La regina Maria Carolina è giudicata

« …una donna che, oltre le scorrettezze e turpitudini della vita privata, è stata colta in una serie di menzogne flagranti e di violazioni di impegni solenni presi sull’onore e sulla fede. […] Spirito torbido, non ebbe né elevatezza mentale, né accorgimenti e prudenza; fece di continuo il danno suo e di tutti. »

Per l’ammiraglio inglese c’è l’attenuante (se tale si può considerare) che

« …l’odio dell’inglese, contro i francesi e i loro partigiani, lo accecasse e lo spingesse ad atti selvaggi e sleali […] e anche l’ipotesi che

egli ubbidisse ad ordini segreti del governo inglese, che volevano perpetuare nell’Italia meridionale l’antitesi e la discordia tra sovrani e sudditi, in modo che l’Inghilterra avesse sempre un piede in queste regioni, e potesse valersi delle due Sicilie pei suoi scopi militari e commerciali. »
(B. Croce, La repubblica napoletana del 1799, pp. XV-XVII, cfr. anche Filippo Ambrosini, L’albero della Libertà. Le Repubbliche giacobine in Italia 1796-99, Edizioni del Capricorno, Torino 2014, p. 242-47).

Ma la storia dei martiri della Repubblica Napoletana riaffiora in un modo o nell’altro sempre, quasi un monito per Napoli a ricordare questa vergognosa pagina della nostra storia, infatti dalle ultime ricerche, fatte questa volta da speleologi di “Napoli Underground”   è emerso che ciò che rimane dei corpi di una trentina di loro – che per 144 giorni avevano cercato di tenere in vita  una repubblica tradita dallo stesso popolo come dai francesi (ma che gettò “il primo germe dell’unità” come scriverà Benedetto Croce) – è stato trovato, ridotto come cartone inzuppato di acqua.  Infatti nel febbraio 2009 gli speleologi suddetti hanno fatto quello che per 30 anni non era riuscito allo storico ottocentesco Mariano d’Ayala nelle sue “religiose reiterate ricerche” dei corpi dei martiri: si sono calati nei sacelli allagati del pronao della basilica, del Carmine Maggiore, sulle tracce della ricerca della paleopatologa Marielva Torino e di Antonella Orefice, autrice del libro “La Penna e La Spada”.

 

 

Vale la pena sottolineare che su circa 8mila prigionieri ,in 124 – tranne pochi popolani, i giustiziati appartenevano  tutti alla classe “alta”: nobili, ricchi borghesi, militari, intellettuali – erano finiti , per ordine dei famigerati giudici Guidobaldi e Speciale, ad ascendere al patibolo, e  tra questi 124 c’erano  le più preziose menti illuminate che Napoli potesse vantare al secolo dei Lumi.

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