(di Katia De Rosa)Il delitto della piccola Sarah Scazzi fu trattato con tale susseguirsi di eventi e racconti che nel tempo non ho mai personalmente maturato un convincimento (benchè non sia nessuno per doverlo fare!). Ne hanno parlato così tanto la televisione e così tanto tutti ma mi era rimasto che c’erano solo indizi e poco o niente prove; resta un processo indiziario, ma con una condanna definitiva.

Vorrà dire che questi indizi sono stati determinanti per chi ha giudicato. Sono arrivata a pensare che tutti avevano bisogno di un colpevole e addirittura ne avevano trovate due di colpevoli per non ferire il senso di giustizia collettivo e dei familiari.

Poi è arrivata Franca Leosini, quando il sipario era calato e quando si sono attutite le sensazioni di pancia e il generale detectivismo che ultimamente rende tutti investigativi. La Leosini arriva sempre al momento opportuno con le sue Storie Maledette e l’ho seguita nella perfetta realizzazione del suo scopo.

Riaccendere i riflettori dall’interno del carcere in cui Cosima e Sabrina sono recluse ormai da sei anni in una ricostruzione a dir poco perfetta ha messo in luce tutto ciò che era rimasto pressochè annebbiato da tante notizie mai nitide e che si sono confuse dietro le molteplici versioni di zio Michele che ha fatto un grande casino, ma che ha aperto le porte alla strada giusta da percorrere agli inquirenti.

Senza il sensazionalismo delle orribili trasmissioni che fanno del crimine una specie di “orrendifero” spettacolo, la Leosini ha trattato il caso con professionismo, audacia, dovizia di particolari e il tecnicismo di un esperto cultore della buona informazione: così ha spogliato Sabrina e Cosima della inconsistenza delle loro versioni e mi ha convinta che sono state loro.

C’è stato un momento in particolare in cui ho avuto la esatta sensazione che Sabrina stesse mentendo, quando ha fatto un maldestro tentativo di impietosire la intervistatrice rammentandole che sia lei che Sarah da piccole erano state vittime di bullismo; ha cercato di lasciarsi andare in un pianto Sabrina.

Un pianto per niente convincente, durante il quale ha provato a dare di sé l’immagine di una sventurata ragazzina di provincia”fuori dal comune” che i compagni di classe prendevano in giro per via dei troppi peli del viso, delle basette. Troppo poco convincente il maldestro tentativo di Sabrina di volersi accomunare a Sarah.

La verità è che la piccola Sarah aveva intrapreso un percorso irto di insidie e di rovi, quello della passione accecante, dei pregiudizi del paese e delle gravi insicurezze di Sabrina, che era maledettamente innamorata ovvero ossessionata dal bell’Ivano. Sarah nella sua innocenza cominciava a sentire qualche sussulto di cui non era nemmeno sicura se fosse un interesse vero per Ivano o solo la riconoscenza per tutte le coccole che il ventisettenne le riservava nelle serate di paese trascorse con lui e con la cugina.

Sabrina aveva perso proprio il senno per quel ragazzo: non teneva ormai il polso della situazione al punto che, come bene le ha fatto notare l’ esperta Leosini, ha parlato troppo e ha raccontato i fatti suoi con troppa naturalezza, come nell’occasione in cui Ivano e lei avevano avuto quel famoso incontro ravvicinato, molto vicino ad un vero e proprio rapporto sessuale, ma che Ivano aveva bruscamente interrotto perché temeva che Sabrina potesse sopravvalutarlo e con questo non esserle più amica.

Dunque nella storia oltre all’ossessione ed al fastidio per quella cuginetta che cominciava a prendersi troppe confidenze, subentra anche il peggiore degli ingredienti: l’umiliazione.

L’umiliazione dall’essere stata a un passo dal sentirsi conquistatrice per poi ritrovarsi mortificata e abbandonata, poi tutto il resto è più o meno noto a tutti.

Zia Cosima e Sabrina hanno cercato Cenerentola prima che potesse indossare la scarpetta e diventare la più bella del reame: le hanno dato una lezione in cui la piccola Sarah doveva capire  che non doveva raccontare in giro le cose di Sabrina e che doveva stare alla larga.

Alla fine gli indizi sono diventate prove: gli orari, le testimonianze di chi era presente alle discussioni tra Sabrina e Sarah, il diario di Sarah, lo sviamento delle indagini praticato da Sabrina che ebbe la fredda determinazione di simulare contatti telefonici e scambi di sms con la cugina che era già esanime o forse già morta, il racconto del fioraio che era un testimone chiave, che avrebbe dato al processo tutta un’altra vest, in preda a non si sa quale delirio, decideva di ritrattare solo due giorni dopo ciò che con tanta precisione aveva detto ossia di aver visto Cosima strattonare Sarah e costringerla a infilarsi in macchina.

Addirittura aveva detto di aver notato un’altra persona in macchina coi capelli raccolti o ancora aveva detto che quando Cosima lo aveva visto nel suo furgone lo aveva guardato e spalancato gli occhi, ma gli inquirenti hanno preferito credere che non fosse un sogno tant’è che oggi il fioraio, tale Giovanni Buccolieri, è stato condannato a due anni e otto mesi per false dichiarazioni al Pubblico Ministero.

Così Sabrina e Cosima scontano l’ergastolo; non si sa con quale speranza che chi possa andarle a salvare forse confidano che Michele si inventi qualcosa, che tiri fuori un’altra miracolosa versione.

Fatto è che mamma e figlia non mollano, non confessano, tengono duro come a consacrare il patto di reciproca fedeltà in cui la austera mamma protegge la figlia e la fredda e determinata figlia copre la madre.

Complimenti alla Leosini per aver saputo bilanciare la realtà processuale con la umana realtà.

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