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La gestione dei servizi pubblici locali tra monopoli e apertura alla concorrenza

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servizi pubbliciLo scorso agosto il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega per la riforma della Pubblica Amministrazione. Essendo una legge delega, il Governo ha poi emanato i primi, cosiddetti, decreti attuativi. Tuttavia, quanti ne conoscono il contenuto e li hanno rapportati al progetto originario?
Secondo quanto riportato dal “Corriere della Sera” in un articolo di pochi giorni fa: «Per una strana abitudine italiana, è possibile che nove giorni dopo l’approvazione di un decreto del Consiglio dei ministri il suo testo sia ancora sconosciuto al pubblico». L’articolo si riferisce, in generale, proprio alla riforma della Pubblica Amministrazione e, in particolare, ai decreti attuativi della stessa.
Lo scorso 20 gennaio, infatti, il Consiglio dei Ministri si è riunito in tarda serata e ha dato il via libera ai primi undici decreti attuativi della riforma della Pubblica Amministrazione, tra cui – su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia – il cosiddetto «Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale». Con quest’ultimo, nella fattispecie – e tra le altre cose – «doveva finire l’epoca dei concessionari monopolisti». «Doveva», appunto, poiché secondo il Corriere proprio tale testo sarebbe stato modificato, o meglio «amputato dei suoi passaggi fondamentali». Ma cerchiamo di capire il tutto in dettaglio.
Il decreto in questione, nella sua versione originaria, portava con sé provvedimenti di grande innovazione, che puntavano tutti ad un unico scopo: superare i tanti e troppi monopoli locali nell’offerta di servizi pubblici e instaurare un regime di concorrenza. È quanto prevedeva anche la stessa legge delega: mettere la parola fine all’epoca dei concessionari monopolisti e spostare l’equilibrio verso una maggior concorrenza, attraverso la «soppressione, previa ricognizione, dei regimi di esclusiva, comunque denominati, non conformi ai principi generali in materia di concorrenza e comunque non indispensabili per assicurare la qualità e l’efficienza del servizio». Solo in questo modo, dunque, diverse altre aziende avrebbero potuto partecipare all’offerta dei servizi pubblici all’interno delle città.
Come detto, tuttavia, qualcosa non è andata per il verso giusto. Nello specifico, da un lato i decreti attuativi non sono ancora stati trasmessi al Parlamento, dall’altro –  e per quel che concerne il testo unico sui servizi pubblici locali – quest’ultimo sarebbe appunto stato “amputato dei suoi passaggi fondamentali”, proprio come riportato dal Corriere. Secondo il quotidiano nazionale, infatti, non è più presente la parte che riduceva i diritti di esclusiva delle società municipalizzate sulle grandi città, come anche quella che limitava i monopoli, originariamente previsti solo per necessità utili al perseguimento dell’interesse generale. Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, gli enti locali erano chiamati a garantire una maggior apertura alla concorrenza se non potevano dimostrare una reale perdita di efficienza ai danni della collettività. Ora, però, non sarà più così, mancando definitivamente dal testo queste parti.
Ciononostante, come nota ancora giustamente il Corriere, il governo «ha il diritto costituzionale di agire così», ossia di disattendere quanto previso nella legge-delega. A ben vedere poi, non bisogna dimenticare che il Governo ha l’onere di trasmettere gli schemi dei decreti ai due rami del Parlamento, affinché vengano espressi – entro 60 giorni – i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari e della Commissione parlamentare per la semplificazione. Occasioni, queste, per le aziende speranzose di scardinare i regimi di monopolio al fine di influenzare il parere proprio di tali Commissioni? Non sembrerebbe affatto così, non essendo questa una condicio sine qua non per il prosieguo dell’iter di approvazione dei decreti. Invero, un’eventuale mancata espressione – entro i 60 giorni – dei pareri da parte delle Commissioni non pregiudica il Governo dall’adottare comunque i Decreti legislativi, così come attualmente “confezionati”.

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Napoli, classe 1985. Dopo gli studi in Relazioni Internazionali presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, si è laureato con il massimo dei voti e la lode in Scienze della Politica e del Governo all’Università degli Studi di Perugia, discutendo una tesi sperimentale dal titolo “Gruppi di interesse e lobbying. Come banche e assicurazioni influenzano il policy making in Italia”. Gli studi seguono la sua passione: la politica. Ha interesse per lobbying, public affairs, governance e democrazia partecipativa. Impegnato nel sociale e nell'associazionismo giovanile. Già Presidente dell’Associazione “La Tela Bianca”.