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INPS, BOERI: STOP ALLE PENSIONI SENZA IMMIGRATI

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di Massimo Rea – Si è tenuta martedì scorso, a Montecitorio, la presentazione del rapporto annuale dell’Inps.

In occasione dell’incontro il presidente Tito Boeri ha spiegato le criticità nei conti dell’Istituto e le strategie future per farvi fronte. Ma sono state le sue “incursioni” nella politica economica ed estera del Paese a destare perplessità.

Boeri ha parlato dell’impatto dell’immigrazione regolare sui conti della previdenza italiana; impatto giudicato positivo, se non vitale per le pensioni.

Ma il noto manager è andato oltre; non sappiamo quanto fosse attinente con la relazione, ma ha illustrato i risultati di una simulazione secondo la quale, se l’Italia non aumentasse l’ingresso di stranieri nel mondo del lavoro, e al ritmo ipotizzato di riduzione  di lavoratori non italiani nelle imprese, ha quantificato in circa 73mld di euro la perdita del settore nei prossimi due decenni.

La relazione, contenuta nel verbale ufficiale (disponibile sul sito dell’Inps per chi volesse consultarlo ndr), è stata molto complessa ma in alcuni punti è apparso evidente un certo “indirizzo” riservato alla politica.

Ci si domanda se queste esternazioni fossero opportune, dato che per sua stessa natura un tale documento non può che essere tecnico e non politico.

Per esempio: Boeri parla dell’aspetto positivo rappresentato dall’inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro, ma non approfondisce il “rischio e i ritardi dell’integrazione” di cui pure parla, né quantifica il peso dell’immigrazione irregolare ed i costi connessi.

E ancora: possibile che da qui a vent’anni l’Italia non sarà in grado di ristrutturare il mondo del lavoro, rilanciando l’economia e creando lavoro per i giovani italiani?

E’ possibile che il Paese rinunci del tutto alle sfide del domani e si accontenti della via più breve rappresentata da un’immigrazione di massa?

Risposte che non spettano certo al Presidente dell’Inps, che si sarebbe potuto limitare a riportare il quadro della situazione. Boeri ha parlato, per la verità, anche delle défaillance del sistema, citando l’evidente mismatch tra competenze dei lavoratori e domanda delle imprese, così come la scarsa propensione alla mobilità degli italiani.

A me verrebbe spontaneo far notare a Boeri che gli immigrati mostrino già nella semantica del loro appellativo una maggiore quanto obbligata propensione alla mobilità, ma sarebbe una lettura semplicistica così come il significato della sua analisi, dato il contesto certamente non adatto.

In un paese governato da un establishment coraggioso e capace si parlerebbe di riforme, di crescita e di prospettive future mentre l’impressione è quella di una strisciante quanto trasversale volontà di andare in un’unica direzione, che ben conosciamo.

Forse è proprio per questo che lo stesso Boeri predica pazienza per verificare se gli effetti del jobs act saranno positivi così come pare siano stati nei riguardi delle imprese al di sopra dei 15 dipendenti.

Peccato che si sia dimenticato delle microimprese, dell’humus di piccole e medie imprese sempre più vessate e costrette alla resa, nonostante rappresentino notoriamente la spina dorsale dell’economia della nazione.

In quanto al valore ed al significato sociale del lavoro stabile… ma forse questi discorsi appartengono alla politica!

 

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