stupri-India[1]Prosegue irrefrenabile l’ ondata di violenze e barbarie nell’Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso dell’India, definito dai media “capitale indiana della violenza contro le donne”. A distanza di sole due settimane dal duplice stupro, omicidio ed impiccagione ad un albero di mango di due cuginette di 14 e 15 anni nel distretto di Badaun, un’altra donna di 44 anni è stata selvaggiamente aggredita a morte. I familiari della stessa sostengono che sia stata stuprata prima di essere uccisa. Si pensa ad una ritorsione contro la vittima che giorni fa aveva denunciato l’esistenza nella zona di una mafia dei liquori prodotti illegalmente. Anche in questo caso, la donna indiana di 44 anni è stata trovata impiccata ad un albero di guava con addosso un sari (il tradizionale abito indiano, definito dalla Fallaci l’ abito più versatile e femminile al mondo). Stessa sorte è stata riservata, inoltre, ad un’altra adolescente indiana, vittima sedicenne del medesimo drammatico rituale. Non sono ancora note le circostanze della morte e, soprattutto, non è ancora stato confermato se la ragazza sia stata vittima di violenza sessuale. Nelle stesse ore accade, poi, che una donna di 35 anni denunci lo stupro subìto in un commissariato da parte di un ispettore di polizia avvenuta con la connivenza di suoi tre subordinati che non avrebbero fatto nulla per impedirlo.
Stragi e ferocia, dunque. Una guerra spietata tra i sessi. E pensare che nel 2011, al fine di arginare il dilagare della violenza di genere, è stata sottoscritta la Convenzione di Istanbul. Obiettivo della Carta è quello di “proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica”. Il Documento intende promuovere “la concreta parità tra i sessi, rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne”.
Alti intenti quelli della Convenzione di Istanbul. Tuttavia, milioni di donne in India (e nel mondo) vengono sistematicamente eliminate. Un genocidio dilagante, radicato ed antichissimo. Basti ricordare che, già nel 1986, il premio Nobel Amartya Kumar Sen aveva utilizzato il termine “mancare” in riferimento alle 37 milioni di donne che “mancavano” dall’ India. I metodi di eliminazione più noti vanno dal feticidio femminile all’ infanticidio, dal far morire di inedia le bambine agli omicidi per dote.
Ora, se è giusto interrogarsi, come da tempo fa la Comunità Internazionale, sulla giustizia di pratiche indignitose come, ad esempio, l’ infibulazione e circoncisione femminile, ritenendo pregnante il dato culturale e la stessa volontà di un numero considerevole di donne di sottomettersi a tali rituali in segno di appartenenza alla comunità, riguardo all’ assassinio, al femminicidio e allo stupro, no, non possono esserci punti di vista. Essi sono oggettivamente deprecabili, in ogni luogo, in ogni tempo.

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