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Il primo film di Paolo Cipolletta: “Nel mio film racconto la felicità, a Casoria mi legano ricordi d’infanzia”

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Intervistato ai microfoni del Giornale di Casoria, il regista Paolo Cipolletta ha risposto in esclusiva ad alcune domande riguardanti la sua pellicola d’esordio “Fino ad essere felici” soffermandosi sul suo rapporto con Casoria, città dove ha trascorso l’infanzia. Questa l’intervista completa rilasciata alla nostra testata.

Ciao Paolo, parlaci un po’ del tuo film d’esordio “Fino ad essere felici”?

«Il film è caratterizzato dal  continuo disvelamento psicologico dei personaggi. È una luce accesa sul sadismo e sul masochismo degli affetti, sull’influenza della famiglia, sui destini individuali e sul volersi bene come cura e condanna allo stesso tempo. È un film sul desiderio che è sempre generato da una mancanza. Noi non abbiamo una ricetta per la felicità e non sappiamo neanche cosa sia realmente. Abbiamo voluto parlare della felicità raccontando una storia di vita partendo dall’infelicità e dalla traboccante ricchezza delle sue espressioni. Quello su cui abbiamo posto l’accento è sulle relazioni e sui legami come solco per la felicità».

Cosa ti ha spinto ad abbracciare la professione di regista?

«La mia inesauribile curiosità. Ne ho fatto una vocazione. Eudaimonia è il termine greco da cui deriva la parola felicità, che significa buona riuscita del tuo demone, inteso come vocazione e talento. Ecco, stando al mio film, credo che dare spazio alla propria vocazione, accrescere il proprio talento, coltivandolo, possa rendere ancora di più la nostra vita degna di essere vissuta».

Come hai fatto a passare da giornalista a regista cinematografico? Che percorso hai dovuto affrontare?

«Con lo studio e tanta passione. Ho frequentato il laboratorio di sceneggiatura del regista Maurizio Fiume per comprendere le strutture degli archi narrativi ed  i meccanismi di scrittura per il cinema e liberarmi dal “dono della sintesi” di taglio giornalistico. Ho affinato, poi, le tecniche di regia frequentando la Scuola di Pigrecoemme di Napoli diretta dal critico cinematografico Rosario Gallone. E poi tanta lettura e tante visioni di film italiani e stranieri».

Quanto è stato difficile per te emergere nel mondo del cinema? Come hai alimentato il tuo sogno?

«Non so se sia riuscito ad emergere, mi preme di più capire se sia riuscito a far comprendere il mio messaggio, oltre che a trasferire un punto di vista terzo cercando di mettere in discussione il precostituito, l’acclarato. Questo richiede uno sforzo di decifrazione della realtà. Ma io credo in un cinema militante».

Quale messaggio hai voluto lanciare con la tua pellicola?

«Il film ci rivela implicitamente il primo grande desiderio di ciascuno noi: significare qualcosa per qualcuno. Ce ne accorgiamo quando questa esperienza viene meno, quando non ci sentiamo desiderati. Quando qualcuno non sente più la nostra mancanza, quando veniamo a sapere che la sua vita continua anche senza di noi, quando non c’è più posto per noi nella sua storia. Quando si produce la ferita dell’insignificanza, del non avere valore per l’altro. Quello che abbiamo rinnegato, invece, con tutte le nostre forze è la felicità normale. Intendo quella che esige, infatti, l’annullamento di tutto ciò che appare disfunzionale. E a risultare disfunzionale è sempre il desiderio, la scintilla di un uomo o di una donna che ad un certo punto della loro vita non riescono ad essere i perfetti ingranaggi della macchina in cui non deve succedere niente di imprevisto».

Come è stato lavorare al fianco di artisti del calibro di Gianfranco Gallo e Miriam Candurro?

«Ha rappresentato per me un arricchimento, un momento di crescita personale. Vedere attori così navigati, “piegare” la loro esperienza alla tua visione, ti insegna tanto anche dal punto di vista umano. E credo che nel film emerga in maniera preponderante il “plus” portato da loro. Hanno donato al mio film i loro volti in maniera indelebile».

Su alcuni siti specializzati la tua regia è stata definita “troppo televisiva”. Come rispondi a questa critica?

«Alle critiche non si risponde mai, si accettano. Soprattutto quando si presenta un’opera prima. Bisogna dare il giusto peso a tutte le critiche positive e negative: è lo snodo da cui passa la propria crescita».

Che tipo di rapporto conservi con la città di Casoria? Cosa ti lega a questa città?

«Mi legano i ricordi dell’infanzia: i miei genitori si trasferirono a Casoria quando avevo 4 anni e parte della mia famiglia vive ancora lì, così come amici storici che frequento abitualmente nonostante abiti da sedici anni nuovamente a Napoli. Sul territorio è iniziata anche la mia esperienza giornalistica. Mi lega poi un cruccio, quello di saperla ancora una città dolente, irrisolta, che rinnega spesso il futuro ai propri figli».

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Non penso che tutti i rapporti dei servizi segreti siano scottanti. Alcuni giorni apprendo di più dal New York Times (cit.). Se esiste il diritto di cronaca esisterà anche quello di raccontare, perché un buon giornalista non è quello che scrive, ma quello che parla tacendo.