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I Fiori dell’anima. Grande successo dell’ultima raccolta di Mario Volpe

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fiori dell'animaLa poesia non è fuori moda, come qualcuno potrebbe pensare; anzi, “la poesia cova nascosta, silenziosa, come una forza segreta e insurrezionale”, oserei dire con Magrelli.
La poesia di Mario Volpe, sicuramente trae questa forza dalle emozioni; è voce del cuore, canto dell’anima, musica delle passioni; FIORI DELL’ANIMA, è il titolo della raccolta, quale eco dell’ interiorità,  “tutta la sua mente, tutto il suo cuore” possiamo dire, parafrasando Baudelaire.
In quest’odierna caotica disumanizzante e disumanizzata società, È certamente giusto chiedersi: Chi è mai il poeta?   è la risposta eloquente di Pascoli.
Le poesie di Mario Volpe, come le parole pascoliane, rivelano, infatti, una capacità di “vedere” il mondo del tutto particolare, superano il tema dell’incomunicabilità, della crisi del rapporto parole-cose.
Nel breve spazio di pochi versi, la natura, l’universo quotidiano, le cose, le persone, la realtà tutta, improvvisamente rivelate dallo sguardo del poeta sono colte nel loro cuore grazie alla vibratilità della parola, si stagliano come segni dell’esistenza nella sua assoluta purezza, svelando la loro presenza.
Il giardino dei fiori dell’anima si accresce, di poesia in poesia, di nuovi germogli, crescono le combinazioni di luci e ombre, suoni, colori.
Il poeta avverte il mistero che pervade l’universo e nel quale l’uomo, smarrito, brancola alla ricerca della luce.  E’ la poesia quella luce, è la poesia che può cogliere le voci arcane del cosmo, l’eco dell’ignoto che  si annida nel più profondo del nostro animo.
Questa voce, questa eco ci pervengono come in  un sogno; è un quid irrazionale che detta i versi, al di là di ogni angusto e realistico ragionamento.
“Fiori dell’anima” è il significativo titolo. Il latino anima, come il greco ànemos, significa «soffio», «vento», indica la parte vitale e spirituale di un essere vivente, ma è anche sinonimo di «spirito», o «io», identificata con la «mente» o la coscienza di un essere umano.
Ineguagliabilmente Mario riesce a porsi all’ascolto di questa voce impalpabile e ne trae versi leggeri, ritmi sereni, risonanti, vibranti, in poesie per lo più brevi, ma sempre dolci sia quando l’inchiostro del pennino s’intinge nella gioia dell’amore e nel mistero dei sentimenti, sia quando esprime ricordi, esperienze sofferte, smarrimento, dolore, oppure, celebra il recondito ma affascinante mistero della vita.
Il poeta avverte le vibrazioni della natura, risonanti ora più chiare, ora più flebili ma sempre presenti che arricchiscono di spettacolari accenti la realtà, la trasfigurano, la rendono inquietante.
L’inconscio struggimento dell’animo, la mestizia, la malinconia si placano negli idilli georgici e naturalistici.
E’ sicuramente piacevole l’immediatezza con cui il poeta coglie le vibrazioni del suo essere e le esprime in versi, piegando la sintassi e la logica, infrangendo schemi, ordine e forme di antica memoria.  Le sue intuizioni, le sue impressioni sono trascritte come “di getto”, al di là di ogni filtro statico, sintattico o logico. Il periodo ne risulta ricco di echi inafferrabili e suggestivi .
Non mancano versi di vera e propria denuncia sociale, ahimè le brutture dei nostri tempi sono tante – “di essere uomo provo vergogna!” – afferma l’autore di fronte alle nefandezze compiute dall’essere umano, alla dignità calpestata di chi non trova lavoro, al dramma della terra dei fuochi, alle tante meschinità gratuite.
Mario al centro della sua silloge, fa delle riflessioni, definisce la poesia, principessa di tutte le forme di comunicazione, una centralità – a mio avviso – non casuale, metafora della centralità della poesia nella vita dell’autore e del suo provenire direttamente dal cuore, come acqua sorgiva che zampilla da fonte pura, acqua che da ruscello iniziale diviene un fiume che scorre tranquillo, via via più ricco, mai impetuoso o torrentizio, mai torbido ma limpido, rassicurante, invitante, ampio, inarrestabile – come “goccia minuscola e limpidissima di una sorgente che zampilla, pura e intatta, da una sacra vena” – come afferma il grande  Callimaco.
Componimenti liberi nella metrica, qualche rima ricercata, assonanze, costituiscono il garbato significante di sogni, amore, notturni, rimpianto attesa, amara  realtà.
Il discorso lirico non si snoda attraverso versi ampi e solenni, espressi in un lessico aulico; ma attraverso “Versi semplici e diretti, costruiti e dettati dal profondo del nostro cuore e dalla spontaneità dello spirito per comunicare nel modo più limpido possibile ogni umano sentimento”, come afferma il poeta stesso.
Impressioni, sensazioni, intuizioni, pause, richiami ritmici sono gli strumenti attraverso i quali il poeta scopre i rapporti tra le cose e tra gli uomini, percepisce arcane corrispondenze e analogie, che l’uomo comune non riesce a cogliere – Ne deriva una forza espressiva che coinvolge il lettore, destando in lui nuovi pensieri, associando nuove idee, aggiungendo immagini ad immagini, amplificando il livello della comunicazione, producendo effetti nuovi e spiazzanti.
Questa poesia per molti aspetti mi richiama alla memoria lo stupore infantile pascoliano, quella capacità prelogica che permane in noi anche quando siamo ormai maturi, lontani dall’infanzia, di guardarci intorno senza pregiudizi, senza conformarci alle opinioni dominanti, senza razionalismi, né condizionamenti…
La voce del poeta, dunque, sgorga dalle più’ recondite zone dell’animo, dalle penombre dell’inconscio: è immediatezza, purezza interiore, visione spontanea delle cose, vibrazione dell’io e non può essere ridotta a un processo intellettuale che ordina e compone in un organismo logico le singole intuizioni.
La poesia, scienza dell’anima (Ungaretti), si concretizza nella parola poetica. Infatti, è la parola poetica, il filtro tra l’interiorità del poeta e il mondo esterno – la cui grandezza e forza, del resto, consiste proprio nel suscitare nel lettore stati d’animo, pensieri, emozioni analoghe, memorie che appartengono a momenti particolari della vita.
In ciascun fruitore la parola poetica suscita un ricordo diverso, una differente e soggettiva interpretazione, a secondo della sua cultura, sensibilità, personale storia, ne evoca un momento, un sogno, un desiderio.
La poesia, principessa delle forme di comunicazione espressive, ha trovato il suo degno principe in Mario volpe, i cui versi, e ancora mi avvalgo di una citazione pascoliana, «cantano come non sanno cantare che i sogni nel cuore ….cantano forte e non fanno rumore».

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Docente di Humanae Litterae. Pluriabilitata, plurispecializzata nel settore dell’handicap e nei linguaggi non verbali, formatrice di docenti con ex Provv. studi di Napoli e Caserta, con l’Università di Tor Vergata e con la Federico II, giornalista pubblicista, autrice e curatrice di pubblicazioni non venali, già vicepresidente 29° Distretto Scolastico, Volontaria del Soccorso del CLNN-CRI, ha fondato l’Associazione culturale “Clarae Musae”, di cui è presidente allo scopo di continuare a promuovere cultura. E’ componente-giurie di certamina latino-greci e premi letterari; attualmente è anche Presidente dell’Associazione ex alunni del liceo Garibaldi.