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I beni confiscati e…il loro riutilizzo

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Il tema dei beni confiscati è, naturalmente, di grande attualità e di notevole sensibilità. Tralasciando, solo per qualche istante, l’approccio teoretico all’argomento, sarebbe interessante passare ad una riflessione critica. Una focalizzazione dalla conoscenza oggettiva del ‘bene confiscato’, tenterò di analizzare criticamente il fenomeno che riguarda la loro confisca e il loro riutilizzo. Sappiamo tutti che il ‘fardello’ di tale situazione è una piaga che riguarda in particolar modo i territori del Mezzogiorno, partendo dalla Calabria, passando per la Campania fino ad arrivare alla Sicilia. Sicuramente non è un fenomeno nuovo, la criminalità organizzata esiste da oltre un secolo e infatti, evolvendosi giorno per giorno, ha gravemente accresciuto il proprio patrimonio immobiliare, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui assistiamo frequentemente e mediante gli strumenti di diffusione mediatica a sequestri di appartamenti, ville, monolocali, bilocali, ma in generale di edifici. Gli interrogativi che continuo a pormi senza sosta sono, presupposta una confisca ‘definitiva’ di un bene, perché l’assegnazione di quest’ultimo è cosi ‘tortuosa’ e soprattutto, perché queste risorse sono gestite in modo vomitevole e riassegnate in un altro punto del circuito criminale? Non riesco a darne risposte, probabilmente sarà la collusione che pervade l’arte dell’amministrazione pubblica, basti pensare proprio ad una realtà vicino alla nostra, ovvero quella che riguarda il Consiglio Comunale di Arzano che viene sciolto con continuità di un paio d’anni per infiltrazioni criminali. Come può dunque un cittadino onesto sperare in una riassegnazione di un bene confiscato volta all’utilizzo sociale?
Probabilmente oggi, la figura che manca è quella del politico; Benedetto Croce sosteneva che il politico onesto fosse il politico capace, bene, oggi manca sia l’uno che l’altro. Continuando l’excursus del nostro percorso di educazione civica, un input che ci aiuta nella realizzazione di una coscienza critica e di una cittadinanza attiva è sicuramente quello di trattare i beni confiscati che nella realtà dei fatti abbiamo a Casoria. Anche su questo piano di riflessione, ahimè, la polemica è d’obbligo. Scelgo di centrare, però, l’attenzione sulla comunicazione; si, proprio la comunicazione, perché solo mediante l’utilizzo di quest’ultima il cittadino è informato e può criticare, positivamente o negativamente l’operato dei politici. Scommetto che, se intervistassimo un campione di cittadini casoriani scelto a caso, nessuno, o probabilmente 1/10 saprebbe in che stato sono i beni confiscati alla camorra, che al momento, sono in uno status di passività. Tuttavia, Casoria, ma come tanti comuni ancora dell’area cittadina napoletana, si trova ancora in una situazione di arretratezza culturale e scolastica tale, da non consentire un interessamento reale del civis.
I beni che Casoria possiede sono 13, allo stato manca un Regolamento che consenta la riassegnazione, l’utilizzo o anche l’affidamento per una gestione pubblica magari a giovani che hanno davvero a cuore la città, che intendono fare proposte reali per ricostruire una città che è nell’oblio.
Ciò al netto di progetti di assegnazione ad enti o istituzioni che pure esistono ma non vengono comunicati all’opinione pubblica.
A pesare su questo ritardo è stata fin’ora l’intermittenza con cui lavorano le commissioni consiliari a causa del coronavirus ma visto che faticosamente e lentamente ne stiamo uscendo, la speranza che oggi chi di dovere sappia recuperare questo ritardo.