Il “Giorno del Ricordo” è la ricorrenza civile celebrata il dieci febbraio in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Ricorrenza istituita circa sedici anni fa, precisamente il trenta aprile del 2004.

Originariamente la parola “infoibati” indicava tutte le vittime del secondo conflitto mondiale della zona istriana e giuliana-dalmata, i cui corpi furono gettati nelle foibe, cavità di origine carsica.

In questi ultimi anni tale termine ha subìto una profonda trasformazione, indicando gli italiani scomparsi nella zona istriana e giulio-dalmata durante il conflitto ipotizzando la loro morte per mano di formazioni partigiane o per quella dell’esercito popolare di liberazione della Jugoslavia; quindi sono inclusi anche i prigionieri di guerra (POW) morti nei diversi campi di prigionia sparsi nel territorio jugoslavo o tutti quegli italiani di cui è impossibile risalire alle cause della morte.

La parola “foiba” ha subìto un ampliamento simile indicando anche delle semplici fosse comuni.

Il numero delle vittime è sempre stata occasione di polemica e spesso si legge cifre esagerate, superiori ai ventimila morti o alla centinaia arrivando anche a paragonare le foibe all’Olocausto.

I morti si assestano a meno di duemila: circa settecento morti delle “foibe istriane”, quando negli immediati giorni della firma dell’Armistizio la caduta del regime fascista e la fuga dalle responsabilità politiche da parte della monarchia provocò un desolante vuoto politico che in Istria fu occupato dalle formazioni partigiane croate che non riuscirono a controllare e a fermare la rabbia violenta delle comunità slavofone verso la comunità italiana.

In quei giorni di linciaggi e esecuzioni sommarie, avvenne anche la liquidazione di una buona parte dei militari italiani prigionieri, reazione alla difficoltà di mantenerne il controllo nei giorni in cui si avvicinava l’esercito nazista, che occupò l’Istria nell’ottobre successivo.

Stessa cifra per i successivi morti delle “foibe giuliane”, pochi furono coloro che furono concretamente infoibati, mentre circa mille (939) tra militari o uomini vicini al regime fascista furono internati nei campi di prigionia jugoslavi.

Diversa è la questione dell’esodo, ovvero i circa duecentomila italiani che nel decennio successivo alla fine della guerra abbandonarono l’Istria e la Dalmazia, annesse alla Jugoslavia.

In questa narrazione è spesso tralasciata il periodo precedente alle foibe, all’italianizzazione forzata di diverse parti della Venezia-Giulia e della Dalmazia attraverso l’eliminazione di qualsiasi elemento slavo dai cognomi alla toponomastica; fino ai numerosi crimini di guerra fascisti come il campo di concentramento di Arbe/Rab in cui nell’anno (Luglio ‘42 – Settembre ‘43) furono internati quindicimila uomini principalmente sloveni, seguiti da croati e da ebrei.

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