La città si divide in due parti: una moderna, edificata a partire dalla fine del XIX secolo e l’altra di fondazione romana, situata su una rocca di tufo, separate da un antico ponte. Il toponimo Sant’Agata de’ Goti si forma in differenti periodi storici. Nel corso dell’VIII secolo infatti la città longobarda fu intitolata alla santa catanese, probabilmente per volontà di Radoaldo e Grimoaldo, che abitarono nella “gastaldia” di Sant’Agata inclusa nella Contea di Capua. Per quanto riguarda “de Goti”, la seconda parte del toponimo, nulla ha a che vedere con il popolo dei Goti.   Si aggiunge in epoca normanna, con l’avvento dei feudatari della famiglia Drengot. Come è noto, Rainulfo Drengot conte di Sant’Agata apparteneva alla cerchia dei “Potentes” con facoltà speciali e potere decisionale autonomo tra i quali quello di dare il suo nome alla fortezza. Ma col tempo il cognome Drengot sia in Francia che in Italia prese ad essere pronunciato diversamente fino a mutare all’epoca degli Angiò in De Goth. Il feudo ha conservato il nome normanno poiché l’usanza di dare il proprio nome ai propri possedimenti cadde in disuso. In realtà le origini del borgo sono molto più antiche. Gli storici concordano sull’ipotesi che nell’attuale territorio di Sant’Agata de’ Goti anticamente sorgeva la città sannita di Saticula. E i primi ad accamparsi sullo sperone di tufo dove oggi sorge il centro storico furono i romani. Il borgo di Santagata de Goti ha visto passare ogni genere di dinastie e personaggi famosi (Normanni, Angioini, Svevi, Aragonesi), in tempi più recenti la potente famiglia Carafa Maddaloni della Stadera e i Borbone. In particolare, Carlo di Borbone, il “grande Re”, aveva incluso questo territorio nei suoi piani di sviluppo delle industrie siderurgiche promuovendo la costruzione di una Ferriera lungo il fiume Isclero, forse derivata da una Ferriera già esistente appartenuta ai feudatari Carafa. Nel Catasto onciario del 1752 la “Ferriera Nova” è già menzionata e appartiene a un nucleo di otto Ferriere sparse nel Regno: in essa si lavorava materiale proveniente dall’isola d’Elba utilizzando legname delle foreste di Cervinara mentre si producevano armi di difesa. Seguì la tendenza urbanistica dell’epoca la formazione dell’asse viario con orientamento nord-sud, in una operazione di parziale “sventramento” del tessuto urbano medievale, giudicato oramai inutile e in qualche caso malsano, come l’insula monastica presente in corrispondenza della piazza del Carmine abbandonata da tempo.

Al suo posto fu avviata la costruzione, prospiciente alla strada, di alcune residenze di famiglie patrizie, alcune delle quali attualmente sono tuttora residenti sul posto. Le trasformazioni si protrassero fino a tutto l’Ottocento, come attestano le date di fondazione degli edifici in questione; davanti ad ogni chiesa dotata di sagrato in molti casi lo spazio fu ampliato come piazza o come “Largo”: nacquero così la piazza Ludovico Viscardi (davanti alla chiesa di Sant’Angelo de Munculanis), la piazza del Carmine (davanti alla chiesa della Madonna del Carmine), la piazza Trento (davanti la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli), nonché il Largo antistante la chiesa di San Francesco, il Largo Santa Maria delle Grazie davanti all’omonima chiesa, mentre nel Largo Ostieri e nel Largo del Toro le chiese fondate in tempi molto antichi, forse inutilizzate e decadenti, scomparvero. Il Largo della Torricella ospitava fino alla fine del Seicento una chiesa non ben identificata ma la sua denominazione è da associarsi all’esistenza di una cisterna, collegata a un mulino, chiamata popolarmente in Campania all’epoca “torricella”, appunto, localizzata ancora oggi in una cavità sotterranea alla piazza, al di sotto del palazzo Mosera, ex mulino. Anche il Largo Lapati (o Largo Italia) si apre davanti a quella che era stata nel Cinquecento una casa di Canonici secolari ubicata senz’altro nei pressi di una chiesa scomparsa, mentre il Largo Scuola Pia si attesta al lato del convento delle Suore Redentoriste, la cui ultima ristrutturazione si ebbe ai tempi di Alfonso Maria de Liguori.

Camminare nel centro antico di Santagata è un’esperienza piacevole ed appagante. Il tempo sembra essersi fermato, sembra che tutto sia sospeso in un’altra dimensione. E quando sarete stanchi di tanta bellezza, potrete rifocillarvi una taverna e assaggiare la cucina di questa zona della Campania, fatta di sapori antichi, di tradizione. A Santagata si mangia …e si beve divinamente. Una rinomata azienda vinicola, Mustilli, è proprio di li. Potrete visitarla in Via dei Fiori n°20. La famiglia Mustilli giunse a Sant’Agata dei Goti all’inizio del ‘500. Proveniente da Ravello, scelse il borgo sannita come nuova dimora e terra di lavoro. La cultura del vino si intreccia da sempre con la storia familiare documentata, ancor oggi, dalle cantine scavate nel tufo, sotto il palazzo di famiglia. Vi consigliamo di attendere l’imbrunire prima di andare via: niente è più bello del borgo illuminato dalle prime luci dell’imbrunire, con l’enorme muraglione dello sperone di tufo che si perde nelle tenebre del vallone sotto il borgo.

 

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