LA STORIA

Il 10 giugno 1944 il 4º Reggimento Panzer Grenadier Der Führer della divisione Das Reich circondò il villaggio di Oradour sur Glane e ordinò a tutti gli abitanti di radunarsi nello spiazzo della fiera, col pretesto di un controllo documenti. Subito dopo, le donne e i bambini vennero portati nella chiesa mentre gli uomini vennero divisi in gruppi e condotti in sei granai. Secondo il resoconto di un sopravvissuto, i soldati iniziarono a sparare con le mitragliatrici mirando alle gambe. Una volta che le vittime fossero morte o non più in grado di muoversi, i nazisti coprirono i loro corpi con della sterpaglia e diedero fuoco ai granai. Solo cinque uomini sfuggirono: centonovantasette morirono lì, molti bruciati ancora vivi. Uccisi tutti gli uomini, i soldati entrarono nella chiesa e vi collocarono una bomba incendiaria. Il carburante avrebbe innescato la combustione dei banchi di legno, delle sedie, dei confessionali e, col tiraggio del campanile, presto l’interno della chiesa sarebbe stato un inferno. Le travi del tetto avrebbero cominciato a bruciare, la temperatura elevata, contenuta dal tetto, e i fumi sprigionati avrebbero dovuto uccidere tutte le donne e i bambini. Non fu così e i sopravvissuti cercarono di sfuggire al fumo ed alle fiamme dalla sacrestia e dalle finestre, ma andarono incontro al fuoco delle mitragliatrici. Duecentoquaranta donne e duecentocinque bambini morirono nel massacro. Solo una donna coraggiosa scampò, scappando da una delle finestre dietro l’altare, e poté testimoniare al processo di ciò che era avvenuto nella chiesa: Marguerite Rouffanche.

Nella notte il villaggio venne saccheggiato e dato alle fiamme. Dopo la guerra, il Generale Charles de Gaulle decise che il villaggio sarebbe rimasto così com’era, come testimonianza della sofferenza francese sotto l’occupazione tedesca. Nel 1999, il presidente Jacques Chirac ribattezzò il luogo come “Villaggio Martire”.

Su questa vicenda si sono sprecati fiumi di inchiostro e le teorie sono molte e diverse tra loro, ognuna arricchita di particolari e aneddoti. Personalmente, non credo che esista una spiegazione razionale a quel massacro, da qualunque punto di vista si vogliano considerare le cose. Una tragica fatalità ha fatto capitare una banda di fanatici assassini (le SS), tra i più spietati che la storia ricordi, sulla strada di quello che era descritto come un villaggio “idilliaco”. Nell’inverno del 1953, ventuno uomini furono processati dai tribunali francesi a Bordeaux per aver preso parte al massacro di Oradour-sur-Glane. Erano tutti membri della Das Reich Divisione che erano sopravvissuti alla guerra. Il processo si è svolto in un clima di grande tensione e, alla fine, solo due degli imputati furono condannati a morte; gli altri ebbero lievi condanne. I verdetti, molto miti, causarono un clamore che ancora oggi non è sopito in Francia.

DESIDERI CHE PRENDONO FORMA

La storia di Oradour sur Glane l’avevo ascoltata molti anni fa e mi aveva colpito moltissimo. Come molte storie di guerra, era una storia di violenza, morte e crudeltà. Tuttavia, questa vicenda aveva qualcosa di diverso dalle altre, per l’essere Oradour sur Glane un villaggio lontano dal contesto della guerra, fuori dagli obbiettivi strategici sotto ogni punto di vista e i suoi pacifici abitanti non avere alcun legame con la “resistenza”. Più leggevo di questa storia, più approfondivo i suoi contorni e più cresceva forte la voglia di andare a vedere. Ci si potrebbe chiedere: perché visitare luoghi di morte e sofferenza, così lugubri e carichi di orribili testimonianze? Perché andare in un posto così? Non so dare una risposta oggettiva. Per quanto mi riguarda, la ragione principale che mi avrebbe spinto a fare millesettecento chilometri, fino nel cuore della Francia, in una regione lontana dalle classiche rotte turistiche, era la possibilità di raccontare questa storia e renderla conosciuta il più possibile anche in Italia. Non sarebbe stata una ricerca del macabro, ma disponibilità a sporcarsi l’anima e sperimentare quanto il confine tra follia e realtà, tra luce e tenebre sia sottile e come l’essere umano, per sua natura, sia destinato a camminarci sopra, in bilico tra le due parti. Inoltre, non mi sono voluto accontentare del racconto di altri. Volevo vedere con i miei occhi, camminare in quelle strade e sentire sulla pelle il sottile vento delle cose passate che riecheggiano, come una vecchia canzone ormai dimenticata. Vedere quello che hanno visto Marguerite, Jacques, Claudine, Maryse, Renée, Marie, Michel, Francois, Monique, entrare nel loro mondo perduto e raccontare la “mia” Oradour sur Glane. Così, nel corso di un’estate strana, che sembra restia a concedersi del tutto, decidiamo di dare corpo a questo desiderio. Ci mettiamo a studiare le mappe, decidiamo il percorso, le soste e la base per il soggiorno. Scegliamo di andare con la nostra auto, per essere pienamente liberi di spostarci ed esplorare, di prolungare a piacimento il nostro viaggio

IL VILLAGGIO FANTASMA

Il 24 agosto, ore 18.00 arriviamo a Limoges, nella regione del Limousin. Il tempo è buono. Ci sistemiamo al terzo piano di un vecchio albergo, in una bella stanza panoramica, da cui si intravede la storica stazione dei “benedettini”. Con la mappa del villaggio stesa sul letto facciamo il punto per l’indomani. Non abbiamo idea di come sia strutturata l’area: se vi siano restrizioni nelle riprese foto video, se l’accesso sia libero, quanta gente possa esserci che potrebbe disturbare le riprese troveremo. Anche in rete le informazioni su questi aspetti pratici non sono molto puntuali Ci muoviamo di buon ora al mattino per Oradour sur Glane. Il villaggio dista circa 23 chilometri da Limoges, ma si percorrono strade ordinate, senza traffico ed i tempi di percorrenza sono brevi, in media circa 25 minuti. Ci si arriva prendendo la D941 – N141 in direzione D9, continuando per qualche km sulla D3.  Passato il ponte sul fiume Glane si arriva subito al villaggio. Inizierete a notare i resti del villaggio abbandonato sulla vostra destra. Arriviamo al nuovo insediamento, un piccolo borgo poco distante dove è possibile mangiare un boccone e fare qualche acquisto.  Per andare al vecchio villaggio si passa attraverso un tunnel che passa sotto la D3 da cui siamo venuti. Oradour può essere visitata in un solo giorno, ma una visita non superficiale necessità di almeno un paio di giorni. Un cartello con la scritta silence alla base di un vecchio castagno, appena all’inizio del villaggio ci ricorda che questo luogo è come un grande cimitero e invita ad entrare col dovuto rispetto

Tutto è come fu lasciato dalle SS quella notte. Le emozioni che si provano mettendo piede a Oradour e osservando le prime case annerite e parzialmente distrutte sono davvero forti e la sensazione è quella di aver viaggiato a ritroso nel tempo. Subito si incontrano le rovine di una fattoria, nel cui pozzo sono stati trovati resti umani non identificati. Vicino al pozzo è stata messa una croce di legno ed una lapide in ricordo. Attraverso una porta di legno sfondata, si può vedere ancora una grande bilancia.

E’ davvero difficile documentare in questi luoghi, fotografando e filmando come se fosse un luogo qualunque. Mentre cammino tra le rovine delle case, nei cortili e nelle strade ho un macigno sul cuore, la macchina fotografica mi sembra quasi un oggetto sacrilego. Tuttavia, ho un’idea ben precisa che mi fa superare questa sensazione: documentare al meglio possibile e diffondere questa storia, come modo di rendere omaggio e giustizia a tutti, uomini, donne e bambini che sono morti qui. Mi concentro sulla mappa e sulla struttura del paese per riconoscere i luoghi da non tralasciare. Esco dalla fattoria e torno sulla strada diretto verso il corso principale che attraversa tutto il paese, Rue Emile Desourteaux. Esattamente all’incrocio tra la vecchia strada per Saint Junien e Rue Emile Desourteaux, c’è quel che rimane di Chez Denis, lo spaccio di vini. Qui furono uccisi circa venticinque uomini. Le SS usarono il giardino sul retro come fossa comune. Tra i cadaveri che furono identificati, c’era quello del sindaco, Jean Desourteaux, riconosciuto, nonostante fosse semicarbonizzato, grazie alla sua valigetta

Sul lato opposto, c’è quel che rimane dell’Hotel Avril, gestito dall’omonima famiglia. Qui si nascosero i piccoli Jacqueline, Francine e André Pinéde fino al tramonto, allorquando il villaggio fu dato alle fiamme, e furono costretti abbandonare il loro nascondiglio per non morire soffocati

Sul medesimo lato della strada, là dove corrono i binari del tram, la fucina del fabbro Beaulieu, con la pompa di benzina del villaggio

Questo è un altro dei sei luoghi dove gli uomini del villaggio furono massacrati dalle mitragliatrici e poi bruciati.  Ovunque tra le rovine, oggetti di vita quotidiana: pentole, letti, scheletri di biciclette, tavolini, tante macchine da cucire. Tante anche le carcasse di automobile

Camminando sempre in direzione dell’accesso sud-est del villaggio, la vecchia strada per Limoges, ci si imbatte in un grande spiazzo, dove campeggia l’auto del Dott. Jacques Desourteaux, una Peugeot 202, ormai completamente arrugginita.

Questo grande spiazzo è il Champ de Foire, la fiera, dove vennero riuniti tutti gli abitanti del villaggio rastrellati nelle case e per le strade. Nel tratto a proseguire su Rue E. Desourteaux, troviamo la Boulangerie di L. Bouchoule, il panificio, uno degli edifici che si è meglio conservato. Qui sono stati trovati due corpi carbonizzati e irriconoscibili, uno dei quali scoperto in uno dei forni ben visibili all’interno dell’edificio ed appartenente ad un bambino.

Tanti altri luoghi un tempo trafficati si snodano lungo il corso, difficile descriverli tutti. Il consiglio è di perdersi per il paese. Le pietre dei muri, le finestre, gli oggetti di vita quotidiana raccontano di un villaggio un tempo vivo e felice

Sussurrano di una vita semplice, della quiete rotta solo dal frinire delle cicale, di amori vissuti all’ombra delle querce, di pomeriggi d’estate passati nei caffè, a passeggio nelle strade o con i piedi immersi nelle fresche acque del Glane a immaginare il futuro. Credo che la sfida vera ad Oradour sia riuscire in questo: superare la storia di violenza e morte che ha spento per sempre questo villaggio e i suoi abitanti ed in qualche modo riuscire ad immaginare quel che è stato. Infine, arriviamo nel cuore nevralgico del paese e di tutta la storia: il piazzale della chiesa. Sulla sinistra, angolo con la vecchia strada per Peyrillhac, i resti del caffè Chez Brandy e una decina di metri oltre, l’Hotel Restaurant Chez Milord con lo scheletro della pensilina che un tempo riparava dalla pioggia e dal sole gli avventori.

Ed eccoci al luogo più commovente, dove è avvenuto il vero massacro: la chiesa. Qui hanno perso la vita in maniera atroce 445 persone, 240 donne e 205 bambini. La chiesa appare nella parte centrale priva del tetto, bruciato e crollato. Solo la zona dell’altare ed il coro sotto il campanile, hanno mantenuto la copertura garantendo, peraltro, una migliore conservazione dello splendido altare di marmo candido parzialmente danneggiato. Saliti i gradini di pietra, varchiamo il piccolo ingresso nella zona posteriore della navata centrale. Qui, vedrete una grande acquasantiera di pietra, in terra la grande campana della chiesa completamente fusa e ormai riconoscibile solo dal batacchio e, in un angolo, un grande crocifisso di ferro, anche questo mezzo fuso. Nella navata laterale sinistra, un confessionale di legno ed un altare marmoreo molto ben conservati. Nella navata laterale destra, due cappelle ed un altro altare. Il bordo esterno della parte sopraelevata del pavimento nella zona dell’altare, presenta una buca causata probabilmente da una bomba a mano gettata attraverso le finestre laterali. Appoggiata al muro ciò che rimane della balaustra di ferro con degli angioletti in rilievo. Per terra, davanti all’altare, la carcassa arrugginita di un vecchio passeggino, una muta e tragica testimonianza dell’orrore che si è vissuto qui dentro.  Dietro l’altare, tre finestre basse, due laterali strette ed una più larga centrale attraverso la quale Marguerite Rouffanche riuscì a scappare dalla chiesa.

In pochi minuti di cammino dalla chiesa si arriva al cimitero del Villaggio. E’ un piccolo cimitero di campagna. Poco dopo l’ingresso, in direzione del memoriale c’è la tomba di pietra grigia di Madame Rouffanche, una delle più visitate, sempre adorna di fiori

Nel cimitero è stato eretto un monumento che ricorda la strage; un ossario formato da teche di vetro a forma di bara, ospita quello che restava dei poveri abitanti del villaggio, la stragrande maggioranza carbonizzati e irriconoscibili.

Non rimane che esplorare la parte alta del paese

Molti i luoghi di interesse anche in questa zona del villaggio: la stazione del tram

l’ambulatorio dei Desourteaux padre e figlio

l’Ufficio Postale, la casa Dupic che fu ultima a bruciare la notte del 10 giugno del 44, il negozio Chez Denise della sarta Denise Dagoury, e di fianco il Cimentier A. Dagoury.

LA VIA DEL RITORNO

Scendendo dalla parte alta del paese la tristezza si impadronisce di noi. Il nostro soggiorno ad Oradour è concluso e siamo consapevoli di avere vissuto un’esperienza davvero unica, di avere toccato con mano un pezzo poco conosciuto della storia della seconda guerra mondiale. Viaggiando, capitano momenti in cui ci accomiatiamo da persone appena conosciute e che forse non incontreremo mai più, con la consapevolezza che sono degli addii. E noi ci sentiamo un po’ come in quelle situazioni, in cui si vorrebbe avere più tempo e che le distanze si accorciassero. La storia di Oradour sur Glane ci è entrata nel cuore e con lei i suoi sfortunati abitanti. Anche se non li abbiamo conosciuti, li abbiamo “percepiti” nelle strade, nei caffè da loro frequentati, in quelle che erano le loro case, le loro botteghe. Abbiamo sentito vecchie canzoni uscire dai Grammofoni e dolci parole sussurrate all’orecchio degli amanti, l’odore del pane fresco appena sfornato e della minestra della domenica. Abbiamo attraversato immaginariamente la loro storia e la loro vita, affezionandoci a loro come a persone che abbiano percorso al nostro fianco un tratto di strada della nostra vita. Allora, prima di imboccare per l’ultima volta la via per Saint Junien il nostro pensiero è per loro: addio Marguerite, Jacques, Claudine, Maryse, Renée, Marie, Michel, Francois, Monique… grazie a tutti voi del privilegio che ci avete concesso e vi chiediamo un’ultima volta scusa per essere entrati a turbare la quiete del vostro villaggio. State pur certi che non vi dimenticheremo.

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