UN INFERNO CHIAMATO MANICOMIO GIUDIZIARIO

Una Lunga scalinata che costeggia una trafficata strada di un antico quartiere di Napoli, porta fino a quello che un tempo era l’Ospedale psichiatrico giudiziario “Sant’Eframo”. Questo imponente complesso occupa l’antico Monastero di Sant’Eframo, sorto alla fine del XVI secolo come insediamento dell’Ordine francescano. Una cartografia di Antoine Lafrery del 1566 documenta la presenza di una sorta di grande masseria all’interno di un fondo di proprietà di Gian Francesco Di Sangro di San Severo. Tra il 1572 ed il 1574 questi terreni, ubicati in quella che veniva chiamata la collina dell’“Infrascata”, vennero acquistati dagli Agostiniani di San Giovanni a Carbonara, i frati cappuccini che allora risiedevano nel convento di Sant’Eframo sulla collina di Capodimonte. I lavori di costruzione del nuovo monastero iniziarono nel 1575, soprattutto grazie al generoso contributo della nobildonna Fabrizia Carafa, e proseguirono per molti anni ancora, anche con l’intervento del viceré Juan Alfonso Pimentel de Errera che a spese della città fece costruire la pavimentazione della salita al convento. Per più di due secoli i frati dell’ordine occuparono il nuovo convento di Sant’Eframo, al cui interno crearono anche una farmacia.

Nel 1865 dopo la legge di soppressione degli Enti ecclesiastici, il convento venne confiscato e divenne “Casa di correzione e ospizio carcerario”. Da carcere, il complesso si trasformò gradualmente in Manicomio criminale. Infatti, già nel 1912 nel carcere venne creata una sezione antropologica e medico-legale per detenuti con problemi psichici. Nel 1921 venne istituita la “infermeria psichiatrica delle Carceri di Napoli”. Nel 1923 la struttura fu denominata “Manicomio Giudiziario” ed entrò in funzione nel 1925 con la dismissione del Manicomio Provinciale ubicato nel Convento di San Francesco di Sales in Via Salvator Rosa. Il complesso venne notevolmente ampliato per adattarlo alla nuova funzione ed ai tanti internati provenienti da ogni parte d’Italia.

Nel 1975, con il vento di rinnovamento che porterà alla legge Basaglia ed il progressivo smantellamento dei Manicomi, la struttura fu convertita in Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG). A partire dal 2000 alcune aree vennero dichiarate inagibili e gli internati trasferiti nel penitenziario di Secondigliano. La definitiva chiusura avverrà nel 2007.

In poco meno di 500 anni di storia, questo luogo è stato un possedimento nobiliare, un convento, un carcere, un manicomio ed infine un Ospedale Psichiatrico giudiziario. Queste antiche mura sono state mute testimoni della evoluzione delle tecniche di repressione più brutali della nostra società. Un luogo in cui l’orrore sembra essere penetrato come una insana melma nel cemento e nel tufo stesso, rimasto imprigionato sotto forma di qualche onda o fenomeno elettromagnetico nei bui corridoi e nelle anguste e tetre celle. Eloquente il fatto che i folli, ancorché criminali, fossero trattati esattamente come questi ultimi e che la struttura fosse del tutto simile ad un carcere…  un carcere di massima sicurezza. Gli internati qui non ricevevano alcun tipo di vera cura e non potevano sperare in alcun tipo di miglioramento del loro stato. E chi pazzo non era, o non lo era del tutto, lo diventava certamente.

La stretta scalinata che si nasconde dietro una porta blindata di colore nero, che conduce alle celle di contenzione, ha tutto l’aspetto di una scala per l’inferno. Si dimentica subito la quiete e la serenità infusa dai primi due chiostri conventuali per essere risucchiati nel peggiore incubo possibile: il manicomio criminale.

Le celle sono microscopiche, lo spazio vitale manca, l’odore ed i rumori dovevano essere insopportabili. Spioncini alle porte blindate e persino nelle mura toglievano ogni tipo di privacy agli internati, che potevano essere osservati e controllati persino nei bagni. I corridoi, le celle, il presidio medico, la sala colloqui: qui tutto mette angoscia ed inquietudine.

Ed il senso di oppressione aumenta persino nel braccio di isolamento dove alle doppie cancellate si aggiungono i letti cementati al pavimento, per impedire che gli internati, legati per i polsi e le caviglie, potessero spostarli dimenandosi. I letti non ci sono più, ma sono rimasti i loro piedi, conficcati ancora nel pavimento.

Sui muri fitte scritte e disegni a penna raccontano tutta la folle disperazione di chi ha vissuto a lungo rinchiuso lì dentro e forse ci è anche morto: “io il padre nostro, chiunque vedo gli do tutto (il potere), e il potere il comando, purtroppo, l’ha preso il male, le stelle rinnegate false, e le streghe”- “io figli miei mi vorrei dannare per voi, per questo io mi salvo, e voi tutti vi dannate” – “non posso fare tutto quello che voglio io, come mi pare e piace, devo rispettare le leggi dello stato, e della fisica. Ci siamo anche noi” – “Raffaele è mia mamma e Anna è mio padre, Tonino è mia mamma. E Annamaria è mio padre, Franco è mia mamma e Carmela è mio padre, Gennarino è mia mamma e Patrizia mio padre. Ecco i miei padri, le stelle”- ” voglio uscire, voglio uscire, voglio uscire. La situazione nella stanza è diventata insostenibile. Si masturbano tutti apertamente. Vorrei la cella singola, anche se so che soffrirei la solitudine, ma il prezzo da pagare per un poco di compagnia è diventato troppo alto. Devo restare un’altra notte. Forza Michele ce la puoi fare, resisti, resisti, resisto anche io. Potrei provare a scaricarmi un poco scrivendo fino all’arrivo della terapia che mi porterà il sonno tranquillizzatore.  Non devo scoppiare, non devo scoppiare, non devo scoppiare, non devo scoppiare”.

La serie di piccoli cortili di cemento separati tra loro da alte reti, protetti da alti muri e da una rete obliqua, controllati da torrette di guardia sono la magra consolazione a lunghe ore di noia e stordimento nelle anguste e maleodoranti celle, un’ora d’aria che a quegli sventurati dovrà essere sembrata come un viaggio ai tropici.

Quello di Sant’Eframo è un complesso molto articolato ed imponente, da sempre isolato, inaccessibile, lontano dagli sguardi indiscreti. Dal 2007, anno della chiusura dell’OPG è stato anche un posto negato, relegato all’oblio e alla decadenza.

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