Questa terza e ultima parte sulla Cambogia è dedicata alla capitale Phnom Penh, Vi parleremo di: la famigerata S-21, uno dei campi di sterminio di Pol Pot; la cittadella reale; il tempio ed il Monastero di Yea Peau A Tonle Bati; la collina di Penh.

LA S-21

La ragione principe che ci ha spinto nella capitale è la visita alla famigerata S-21, una delle tante prigioni del sanguinario regime di Pol Pot, oggi anche sede del Tuol Sleng Genocide Museum. Si tratta di una ferita ancora aperta nel paese, non solo perché non sono trascorsi che appena 20 anni dall’epilogo, ma perché quello perpetrato dal regime di Pol Pot fu un autentico genocidio, paragonabile all’olocausto di Hitler, anche se meno conosciuto (almeno un milione e mezzo di vittime, compresi bambini, donne e anziani).

Per la visita a questa scuola, trasformata in centro di detenzione e tortura, nel cuore della capitale abbiamo avuto il privilegio di una guida molto particolare di nome Sarita. Sarita è una bella e gentile signora di circa sessanta anni ed è una delle pochissime fortunate superstiti, scampata nel vero senso della parola a quell’orrore. E’ necessario qualche breve cenno storico per ricordare.

Negli anni cinquanta la Cambogia  – assieme al Vietnam e al Laos – era teatro di una rivolta, quasi interamente di matrice comunista, contro l’occupazione francese dell’Indocina. Quando nel 1954 i francesi si ritirarono dall’Indocina, Saloth Sar, in seguito tristemente noto col soprannome di Pol Pot, fondò con altri il Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer. Il sovrano in carica Norodom Sihanouk rinunciò al trono, formò anch’egli un partito politico ed indisse le elezioni. Usando la sua popolarità, insieme a una notevole dose di spregiudicatezza, sbaragliò l’opposizione comunista e conquistò tutti i seggi del parlamento. Saloth Sar, ricercato dalla polizia segreta di Sihanouk, fuggì dal paese ed in esilio fondò il Partito Comunista di Kampuchea addestrando reclute per più di dieci anni. Nel 1970, il Generale Lon Nol, appoggiato dagli Stati Uniti d’America, depose Sihanouk, poiché ritenuto fiancheggiatore dei Viet cong. Come reazione, Sihanouk diede il suo supporto a Pol Pot ed al partito comunista di Kampuchea. Il Presidente USA Nixon ordinò una vasta incursione militare in Cambogia, allo scopo di distruggere le roccaforti Viet Cong al confine con il Vietnam del Sud. La popolarità di Sihanouk, unita all’invasione statunitense della Cambogia, portarono molti dalla parte di Pol Pot. Quando, infine, gli Stati Uniti abbandonarono il Vietnam nel 1973, i Vietcong lasciarono la Cambogia. I Khmer rossi di Pol Pot continuarono, tuttavia, non abbandonarono la lotta contro il governo militare di Lon Nol. La guerra civile si concluse con la vittoria dei Khmer rossi che presero la capitale nell’aprile del 1975. Sihanouk allora ritornò in patria con l’intenzione di restaurare la monarchia, ma si ritrovò segregato nel suo palazzo dal nuovo governo di Saloth Sar:  “Pol Pot”.  La popolazione cambogiana dopo la guerra civile e la dittatura militare accolse con grande entusiasmo i Khmer rossi all’ingresso in città, ma ben presto dovette constatare di essere sprofondata in un incubo assai peggiore, che durerà moti anni e con un prezzo di sangue e sofferenza altissimo. Iniziò la dittatura comunista di Pol Pot nota come “Repubblica di Kampuchea”. Il 13 maggio 1976 Pol Pot venne nominato Primo Ministro di Cambogia, e iniziò a varare una radicale riforma comuniste, ispirandosi alle politiche maoiste. La prima cosa che i Khmer Rossi fecero quando presero il potere, fu di evacuare i cittadini dalle città verso la campagna, dove vennero costretti al lavoro forzato in fattorie comuni. La proprietà venne collettivizzata seguendo il modello sovietico, cinese e vietnamita. Il nuovo regime non si limitò a questo. Vennero perseguitate e uccise tutte le persone non iscritte al Partito che avessero un’istruzione; anche il solo fatto di portare gli occhiali era sufficiente per essere indicati come intellettuali e quindi come nemici del popolo. Il governo del terrore dei Khmer Rossi diffondeva attraverso la radio un inquietante messaggio: “la nuova utopia comunista necessita solo di un milione di persone; tenere gli altri non comporta alcun beneficio, eliminare l’eccedenza non comporta alcuna perdita”. Bastava il semplice sospetto per condannare una persona a morte. La vita di un essere umano valeva pochissimo sotto il regime di questo dittatore. Le uccisioni erano brutali ed avvenivano con asce, martelli, coltelli, mediante impiccagione, metodi sbrigativi ed “economici” perché “le munizioni erano considerate merce preziosa da non sprecare. Il numero delle vittime è probabilmente più elevato di quello conosciuto, poiché alle persone imprigionate, torturate e trucidate vanno aggiunte decine di migliaia che morirono di stenti e malattie nei campi di lavoro forzato; ed è difficile tenere il conto. Per capire quanto incredibilmente precaria fosse la condizione dei cambogiani allora, basti pensare che era proibito persino esternare sentimenti: piangere, ridere o arrabbiarsi non era ammesso. Centinaia di migliaia di automi lavoravano nelle fattorie prigioni fino allo sfinimento, con razioni di cibo consistenti in una brodaglia con pochi grammi di riso a testa. E nei cd. “killing fields”, i campi sterminio, morivano come mosche gli oppositori del regime o persone semplicemente ritenute superflue, tra cui donne, vecchi e bambini. Se non si conosce tutto questo non si può comprendere la Cambogia e il popolo cambogiano, che è uno dei più gentili e miti della terra. Tutto questo accadeva, per dare un’idea, quando io ero bambino e sentivo ripetere quasi ogni giorno la parola Cambogia e Vietnam nei telegiornali in bianco e nero dell’epoca, parole che allora non capivo, storie che non conoscevo. Non è passato poi così tanto tempo e questo mi fa venire in mente una frase che ho letto su un muro ad Auschwitz: “Those who do not know history’s mistakes are doomed to repeat them”.  E’ molto importante preservare la memoria e trasmetterla alle nuove generazioni, perché certi orrori non si ripetano più. E mi piace l’idea di essere andato a vedere con i miei occhi e toccare con mano quell’orrore per poterlo raccontare, farlo vedere ad altri, dando così il mio contributo di diffusione e conoscenza.

Quello che fu dell’epilogo della dittatura di Pol Pot, con la nuova guerra civile, l’invasione della Cambogia, la guerra col Vietnam e poi l’intervento della Cina lo lascio agli appassionati di storia e all’approfondimento personale. Pol Pot morirà di infarto, ma alcuni sostengono avvelenato dai suoi, nella notte del 15 aprile 1998. Con lui finisce un’epoca sanguinaria e di terrore, come poche ce ne sono state nella storia dell’umanità, che ha lasciato il segno nella memoria collettiva dei cambogiani.

Sarita ci riunisce nel cortile giardino della prigione, al centro tra due grandi edifici dall’aspetto minaccioso, e per alcuni minuti ci fornisce qualche cenno storico sugli anni del regime e su Pol Pot. Tuttavia, noi siamo interessati alla sua vicenda personale, vogliamo condividere i suoi ricordi di sopravvissuta e così gli abbiamo chiesto se voleva e poteva raccontarci la “sua storia”. Lei ha accettato, come se si aspettasse questa richiesta, chiedendo – tuttavia – in cambio di non accompagnarci negli edifici al termine; avremmo proseguito da soli e lei ci avrebbe aspettato all’uscita. Accettammo lo scambio comprendendo quanto pesasse su quella donna essere lì in quel momento.

Così Sarita ci invita a sedere su una panchina, prende un profondo respiro e con voce calma, in un italiano imperfetto e molto francesizzato, comincia il suo racconto: “Il mio nome è Sarita che vuol dire sorriso. Oggi posso sorridere, ma un tempo non si poteva fare nemmeno questo. Sono una delle fortunate sopravvissute al regime di Pol Pot. Della mia famiglia non ho saputo più niente. Quando i khmer rouge arrivarono qui a Phnom Penh avevo poco più di vent’anni, lavoravo con gli americani perché parlavo bene inglese e francese. Se i militari avessero scoperto questo, per me non ci sarebbe stato scampo, mi avrebbero sicuramente ucciso come tutti i miei colleghi d’ufficio. Per fortuna non ero al lavoro quando mi presero e mi costrinsero insieme a migliaia di altri cittadini ad andare in campagna. Fui fortunata ad incontrare un mio zio che mi disse – non dire del tuo lavoro, parla il meno possibile e butta via gli occhiali -. Al momento non capii, ma oggi so che questi suggerimenti mi salvarono certamente la vita; mio zio non l’ho più visto, seppi poi che era stato ucciso lungo la strada per i campi di lavoro. Eravamo costretti a lavorare nella campagne anche per 10-12 ore al giorno, vivevamo in condizioni indescrivibili, come bestie e non mangiavamo quasi niente. Molte persone morivano di malattia e di stenti. Eravamo tutti ridotti a scheletri. Avevo solo due vestiti logori nei campi ed erano sempre sporchi di fango o bagnati per il lavoro o per la pioggia. Speravo ogni giorno che succedesse, qualcosa, che finisse tutto questo e mi ripetevo ogni sera “DOMANI CI SARA’ IL SOLE”

Un giorno portarono me ed altre donne in una grande casa dove c’erano anche tanti uomini in condizioni miserevoli come noi. Ci accoppiarono casualmente, un uomo ed una donna, e ci ordinarono di congiungerci, di fare figli. Capite, come in un allevamento, a caso, e due donne che accennarono a un rifiuto furono uccise davanti a me all’istante, come esempio. Così, dovetti giacere con uno sconosciuto, ma solo per procreare. Infatti, al termine ci riportarono indietro da dove venivamo e non ho più visto quell’uomo…fino alla fine della dittatura comunista. Si, poi quell’uomo l’ho incontrato di nuovo, l’ho cercato ed anche lui mi aveva sempre cercato. E’ diventato mio marito, il mio attuale marito. Abbiamo avuto anche altri figli. In tanto orrore questo è stato un vero miracolo, l’unico miracolo.”

Questo racconto agghiacciante, anche perché reso da una donna delicata, dai modi gentili e dalla voce sussurrata, ci ha letteralmente ammutoliti. Vorremmo continuare, farle tante domande, ma non ci riesce di dire niente, siamo impietriti, svuotati.  L’unico gesto che ci viene naturale è quello di abbracciarla. Sarita sorride quasi con gratitudine per il nostro silenzio e conclude: “Non avevamo più una casa, più nessuno, più niente e così siamo rimasti insieme, nonostante fossimo stati inizialmente costretti. Credo che questo sia il lato buffo, che quel mostro non è riuscito a ucciderci e nemmeno a cambiarci. Mio marito è un vecchio, noioso rompiscatole, non vuole mai uscire, ma ci vogliamo bene. Vedete…un suo messaggio – quando torni? –. Adesso sta facendo buio e conviene che iniziate la visita. Nel secondo edificio che vedete di fronte a voi sono esposte tante foto di prigionieri scattate dal regime, sono migliaia, le ho guardate tante volte sperando di vedere un parente, un’amica…Questa è la mia storia, questa è la storia di Sarita. Raccontatela. Si è fatto tardi, purtroppo, avete solo un’ora prima che qui chiudano. Ora andate a vedere, io vi aspetto al cancello di uscita.”

Così, nel crepuscolo incalzante, che rende ancora più sinistro il luogo, iniziamo il giro di visita. A visitare tutto il complesso è necessaria circa un’ora. La prigione è in realtà composta di svariati edifici, organizzati in blocchi. Sono in cemento armato e divisi in piani simmetrici, hanno grandi camerate che affacciano tutte su lunghi ballatoi tutti prospicienti all’interno. Ci sono sbarre a tutte le finestre. Ci sono ancora i letti in ferro e pagliericcio con ceppi per le caviglie dove venivano immobilizzati i prigionieri. Un altro edificio è coperto da una rete fatta di filo spinato che impediva il suicidio. Dovevano essere tutti così forse. Al primo piano del secondo edificio prospiciente il cortile principale c’è una impressionante esposizione di centinaia di foto di persone imprigionate, torturate e uccise in quel luogo. In un altro edificio, ci sono le celle della tortura, minuscole, quasi buie dove è possibile sentire l’angoscia dei prigionieri in attesa di essere seviziati. Molti tentavano di uccidersi gettandosi con la testa contro il muro e per questo venivano immobilizzati. Abbiamo visto macchie e croste di sangue vecchio sul pavimento di alcune di queste celle che ci hanno assicurato essere autentiche (le hanno lasciate così volutamente) ed in una sala esposti molti strumenti, alquanto rozzi ma efficaci, di tortura. Per finire, una vetrina piena di resti umani, teschi, ossa etc.

Questa prigione è annoverata, come le altre tra i cd. “Killing Fields”, termine divenuto famoso grazie all’omonimo film di Roland Joffè del 1984, uscito in Italia col titolo di Urla del silenzio. Con questa parola si definiscono tutti i luoghi deputati allo sterminio della popolazione civile sgradita, e comprende anche i campi di lavoro forzato, dove la maggior parte della popolazione cambogiana fu costretta ai lavori forzati, in condizioni durissime che causavano facilmente la morte per sfinimento o fame, dove la minima ribellione o il minimo errore erano spesso puniti con la morte. In questa prigione solo 7 dei 17.000 prigionieri sono sopravvissuti. La stima del numero totale di morti provocate dai Khmer rossi, includendo fame e malattie, variano tra 1.700.000 e 2.500.000 vittime tra il 17 aprile 1975 e il 9 gennaio 1979 (meno di 4 anni).  Uscire dalla S-21 è come uscire dall’inferno

TONLE BATI

Seguendo la statale n° 2, dopo circa 30 km arriviamo al tempio.  Costruito dal re Jayavarman VII (il costruttore di Angkor Wat) nel 13° secolo, il tempio è costruito in pietra arenaria.(foto)

Non molto distante dal tempio Khmer, c’è il monastero pagoda di Yea Peau.

LA CITTADELLA REALE

Ha il suo fulcro nella sala del trono e nella grande pagoda d’Argento, chiamata così perché il pavimento è interamente di argento massiccio, composta da 5000 lamine del peso di 1kg l’una (circa 5 tonnellate d’argento pregiato), che creano un effetto di luce stupefacente. Purtroppo non possiamo mostrarvi immagini, poiché è strettamente proibito prendere qualunque tipo di immagini, anche con cellulari.

LA COLLINA DI PENH

Una delle leggende sulla nascita della capitale Phnom Penh è legata ad una ragazza di nome Penh. Ella trovò alcune statue di Buddha nel fiume e volle farne un sacrario. Le portò così in cima ad una collina: la collina di Penh. E Phnom Penh significa proprio “la collina di Penh”. Su questo piccolo colle c’è in effetti un santuario, cui si accede da una scalinata dove è possibile incontrare bizzarri personaggi che per soldi vi libereranno un uccellino dalla gabbia in onore degli dei o venditrici di fiori di loto. In cima c’è un tempio e un piazzale dove stregoni e maghi sono intenti a scacciare il malocchio e la sfortuna con strani riti. Uno di questi prevede l’immissione di cibo (fette di carne e frutta) nella bocca di alcune statue di drago come offerte e l’aspersione di incenso della persona da liberare.

 

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