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Essere Altrove. I viaggi di Giovanni e Anna: Anna e Rodolphe, una storia napoletana

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Quella di Anna e Rodolphe è una vicenda d’altri tempi, un incontro professionale e d’amore sullo sfondo di grandi avvenimenti del nostro recente passato. Due vite complesse che il destino fa incontrare, nell’incrocio delle più strane ed imprevedibili circostanze, nella Napoli distrutta dalla guerra. Una storia nel grande, imperscrutabile, libro di Dio che vale la pena ricordare.

Anna Rossi Filangieri nasce il 13 settembre del 1901 a Torre Annunziata, nella splendida settecentesca Villa Filangieri, da Carlo e donna Italia Chianese. Di famiglia nobile e benestante (il nonno fondò il banco Filangieri, poi acquistato dalla famiglia Rothschild e successivamente divenuto Banco di Roma), Anna trascorre un’infanzia carica di promesse. La casa paterna è un luogo d’incontro per poeti, scrittori, banchieri e personalità d’ogni sorta: un salotto del “beau monde” dell’epoca. La Villa ha persino, all’interno del suo parco, un piccolo zoo ed una darsena dove è ormeggiato uno splendido cutter. E’ anche dotata di un teatro con ben 200 posti costruito a somiglianza dell’illustre Real teatro San Carlo di Napoli e per l’appunto chiamato “San Carlino”. In quel teatro si rappresentano assiduamente molte opere e concerti che vedono alcuni membri della famiglia, con la collaborazione di cari amici, interpreti precisi ed appassionati. Non un gradevole passatempo per aristocratici, piuttosto una raffinata scuola di vita e autentica passione per l’arte in tutte le sue espressioni. Queste “celebrazioni” influenzano il carattere di Anna, il suo percorso di vita e le sue scelte. Il contesto ricco, in senso materiale ed culturale, porta Anna a sperimentare una raffinata poesia che rivela un animo meditativo ed un inquieto bisogno di risposte. La sua più volte espressa volontà di diventare monaca non si concretizza. Il desiderio di celarsi al mondo, quel mondo che conosce così pienamente, si riversa in una sorta di contemplazione surrogata. Così Anna scrive, fotografa, disegna a “tratto unico”, dipinge: ricerca le ragioni nascoste dell’esistenza e cerca di imprimerle dove può. Nel 1931 esordisce con una raccolta di poesie: una casa non finita. Ne seguono, poi, altre cinque: clima e paesaggi, amaro oleandro, virgo et terra, il ramo e le radici, una casa sull’acqua. Arrivano i primi riconoscimenti e viene pubblicata in Francia, su traduzione di J. Authier, una antologia della sua poesia; l’editore è un certo Pierre Seghers con cui Anna intreccia una proficua collaborazione che sfocia in una sincera amicizia. Nel 1935 vince il secondo premio assoluto della giuria (lire 500) al concorso fotografico Piedigrotta “grazie ad una serie di 30 fotografie di modernissimo taglio e concezione” (da il Mattino del 10 ottobre 1935). Nunù, come è soprannominata in casa, è una donna desiderosa di risposte. Questa sua tensione morale si accentua con gli orrori e la precarietà della guerra. Fonda, infatti, a largo Sant’Orsola a Chiaia una biblioteca denominata “circolante”. Lì è possibile trovare ogni genere di pubblicazioni e noleggiarle per pochi centesimi. Il catalogo si arricchisce di giorno in giorno, la biblioteca diviene leggendaria: un simbolo di resistenza e, come la casa paterna, luogo d’incontro di molti intellettuali. In un frammento di una sua poesia si legge: “Chacun est prisonner de son malaise et de sa quete. Chaque vie est measuré par son intime fragilité.” Una frase premonitrice! E’ l’estate del 1944: in una strada di Napoli Rodolphe Banet passeggia con un critico d’arte quando scorge Anna sul lato opposto e chiede all’amico chi fosse. ”Rodolphe, quella è la donna più intelligente di Napoli! La conosco, vieni, te la presento” la risposta. E’ un colpo di fulmine. Niente a che vedere con l’innamoramento, piuttosto chiaroveggenza. E’ come se Anna avesse visto negli occhi profondi e neri di quell’uomo tutte le risposte che aveva sempre cercato. Dirà poi di aver visto una scritta “quest’uomo è un dono del cielo”. Per Rodolphe un incontro che cambierà la sua vita di uomo e di artista. Anna è una donna sensibile, con una profonda vita interiore e, di certo, ha intuito in Rodolphe qualcosa di speciale. Se l’amore è riconoscersi, quel primo incontro è rivelatore. Chiaroveggenza si diceva. Rodolphe Banet non è certo una persona comune. Gli occhi scavati e le sopraciglia foltissime nascondono una vita intensa e piena di incredibili accadimenti.

Rodolphe Banet, il cui vero nome è Rubin Sarfer, nasce il 24 settembre 1901 a Varsavia da una famiglia di Ebrei benestanti. Il padre ha varie aziende che conduce con grande capacità e lungimiranza. Rubin, però, sembra interessato ad altro. Si innamora degli ideali marxisti, ideali a cui sarà fedele tutta la vita. Nel 1917 parte per la Russia, dove abita uno zio, intimamente spinto dal fermento politico-culturale di quegli anni. Nemmeno sedicenne si arruola, infatti, nell’esercito Bolscevico per abbattere il regime degli Zar. Scampa ad un imboscata durante un trasferimento di truppe: è l’unico a mettersi in salvo. Conosce Lenin, un incontro che descrive in un diario nel quale annota gli entusiasmi e gli orrori della rivoluzione. Un diario che tiene gelosamente per se e di cui, poi, si perdono le tracce. Nel 1923 torna in patria, ma si intende arrestarlo per essersi arruolato in un esercito straniero. Da qui in avanti, Rubin, privo di passaporto, conduce una vita da apolide, guadagnandosi da vivere come può. Nel 1930 vive per un periodo a Berlino, ma deve presto andare via: il nazismo è già una brutale realtà e quella non è decisamente aria respirabile per un ebreo apolide. Ripara così, passando per il Belgio, in Francia dove vive la sorella maritata ad un Francese. Anche a Parigi vive come può, non avendo passaporto ne permesso di soggiorno. Qui comincia a scoprire il suo talento nella pittura, cominciando a ritrarre strade e piazze parigine e vendendo i suoi quadri in strada. Nel 1936 lavora a Vienne, nei pressi di Lione, come imbianchino. Ha una stanza che affaccia sulla piazza del mercato e di li ritrae scene di vita quotidiana sui pezzi di legno ricavati dalle cassette di verdura del mercato. Nel 1939, in una cupa atmosfera di guerra, lavora per il governo Francese: è impiegato nella mimetizzazione degli edifici strategici. In quell’anno Rubin decide di arruolarsi nell’esercito francese per combattere la minaccia nazi-fascista. Combatte in Alsazia dove, nel 1941, viene fatto prigioniero dall’esercito tedesco e internato nello stalag DZA Kaisersteinbruck. Rubin non può rivelare la sua identità di ebreo polacco, pena la deportazione nei campi di sterminio, e così si appropria dell’identità del marito della sorella. Agli ufficiali nazisti dice di essere parigino, di chiamarsi Rodolphe Banet e di essere un pittore professionista. Questo diverrà per sempre il suo pseudonimo d’artista. Un ufficiale tedesco gli commissiona dei quadri, fornendogli il materiale per eseguirli. Così, la produzione pittorica di Banet continua anche in condizioni di estremo disagio e sofferenza. Rodolphe dipinge momenti di vita del campo di prigionia ed alcuni autoritratti con la divisa da prigioniero. Il suo talento gli vale i favori del comandante; gode di una certa libertà e gli vengono affidati alcuni prigionieri. Con astuzia, riesce anche a farne fuggire alcuni. Egli stesso riesce a fuggire tempo dopo e si reca a Parigi. Arrestato mentre tenta di entrare in Spagna, viene imprigionato a Madrid. Deportato, poi, in Marocco con alcuni inglesi in seguito ad un fallito tentativo di fuga. In Africa riesce ad avere contatti con la legione francese, infine si arruola nell’esercito inglese. Prende parte allo sbarco anglo-americano entrando, nel 1944, in una Napoli finalmente libera. Rodolphe, che porta con se l’inseparabile attrezzatura per dipingere, si commuove nel vedere Napoli sventrata dalle bombe ed umiliata dalla guerra. Prende, così, a ritrarre la difficilissima situazione della città alla fine del conflitto. E’ proprio nel corso del 1944, che Rodolphe tiene la sua prima esposizione pittorica. Ed è Napoli la città che lo tiene a battesimo, all’interno di uno dei suoi simboli più maestosi: il Palazzo Reale.

L’incontro con Anna è quindi segnato dal destino. I due si attraggono sentimentalmente ed intellettualmente. Anna ha uno spiccato talento nel disegno e nella pittura che genera una benevola invidia nel marito. Rodolphe rivela una certa attitudine nella poesia; uno stile più essenziale, asciutto e meno ricercato di Anna.

Scarpe più povere di me,
scarpe che hanno pagato
largamente i loro passi
Scarpe che ho desiderato
durante la gioventù
scarpe che aiutano
la necessità di vivere
scarpe che finiranno
con la mia vita.

Pubblicherà, in vecchiaia, una piccola raccolta di poesie (Pittura e poesia primitiva – Mursia editore 1989) ispirate ad alcuni dei suoi stessi quadri. I temi sono legati alla terra che lo ha benevolmente accolto (i pescatori, il Vesuvio, i morti nei bassi), ma anche alle sue idee politiche ed a tutti i paesi lontani che lo hanno visto passare, in un sentiero di profonde ma delicate emozioni. E così che questa improbabile coppia, una aristocratica e ricca napoletana ed uno stravagante squattrinato artista vagabondo, inizia la propria storia. Un connubio sentimentale e professionale che durerà tutta la vita. Si sposano a Parigi nel 1947 e i primi anni li vedono erranti tra la Spagna, la Francia e Napoli. Rodolphe ama molto la penisola Sorrentina e ne dipinge con originalità gli aspetti peculiari della gente e del paesaggio. In estate amano rifugiarsi in una casa al Capo di Sorrento, a metà strada tra il paese di Sorrento e la incantevole costa che da quest’ultimo va verso la marina della Lobra. I due animano la vita culturale napoletana e la biblioteca circolante di largo S.Orsola diviene, oltre che circolo letterario, anche luogo d’incontro di pittori d’avanguardia, come Emilio Notte, e affermati critici d’arte, come Ricci o Barbieri. Un’arcadia tutta partenopea. Rodolhe mostra grande interesse anche alla ceramica, che ha avuto modo di apprezzare in penisola sorrentina. Il suo talento artistico si esprime così in tutte le direzioni, tanto da suscitare l’interesse dei maestri vietresi. Fitta sarà la corrispondenza e lo scambio culturale con alcuni di essi. Banet si sente sempre più Napoletano, nonostante il suo affermarsi in Europa, Francia ed in Olanda in particolare. In Francia è il ministero stesso ad acquistare alcune delle sue tele come Vue sur le canal. In Olanda sono entrambi molto apprezzati; grande interesse destano anche i “tratti unici” di Anna. Per ragioni di lavoro, la coppia vivrà molti anni a Bordighera, al confine con il principato di Montecarlo e la Francia. All’inizio degli anni ‘90 sarà girato un film sulla, ormai anziana, coppia di artisti in occasione di un esposizione in una nota galleria di Amsterdam. Negli ultimi anni della loro vita, Anna e Rodolphe desiderano tornare a Napoli, la città che ha visto nascere la loro storia comune. Sono entrambi molto malandati in salute e, grazie all’interessamento di Carlo Rossi Filangieri, figlio del fratello di Anna, Giovanni, vivranno gli ultimi mesi della loro vita in vico Monteroduni, a pochissimi passi dalla loro amata biblioteca di un tempo. Rodolphe tenta di raccogliere le memorie perdute del diario di Russia, ma non scriverà che poche tremolanti pagine. I due si spegneranno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nell’anno 1993.

Così com’era nato, questa incredibile connubio d’amore e d’arte termina all’ombra del Vesuvio, pagine ingiallite tra le altre migliaia del passato.

 

 

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Avvocato, nato a Napoli. Appassionato di viaggi, fotografia reportage ed esplorazioni urbane, ha una pagina web chiamata Essere altrove.