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Donne e costituzione

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dscn20642«Ho una certa diffidenza istintiva, tradizionale verso la partecipazione della donna alla vita politica. È questa l’unica vera base di ogni opposizione di noi uomini». Manlio Lupinacci, 1945
Il primo gennaio è il compleanno della nostra costituzione, sulla quale è stata focalizzata l’attenzione di tanti cittadini, in occasione del recente referendum.
E’ evidente che si tratta di un testo non solo innovativo ma lungimirante, se consideriamo che è stato scritto 70 anni fa, nel ’47, (in vigore il primo gennaio ’48),  ed è luce dopo le tenebre di 20 anni di autoritarismo e di danni causati da ben due guerre mondiali. La nostra Costituzione presenta nella parte iniziale un corpus di dodici articoli che mirano allo sviluppo della società; alla crescita personale e sociale di ciascuno e di tutti, uomini e donne; alla partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica; all’uguaglianza, al riconoscimento e al rispetto di diritti e libertà fondamentali.
Un cardine di grande impatto sociale soprattutto per l’universo femminile è sicuramente l’uguaglianza.
Essere uguali! Sembra facile! Implica diritti e doveri, due facce della stessa medaglia: osservare le leggi è indispensabile sia da parte dei singoli, sia da parte dei poteri costituiti per evitare abusi di potere e  deliri di onnipotenza.
Ma, attenzione, all’uguaglianza formale, tra sessi diversi, al fine di evitare disparità di ogni tipo in ogni campo, deve corrispondere l’uguaglianza sostanziale, reale e concreta.
Come si ottiene? Adeguando le norme, di volta in volta, alle diverse e svariate situazioni sociali per compensare discrepanze, svantaggi, posizioni subordinate.

L’articolo 3, infatti, recita:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (Uomini e Donne) all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Quest’articolo è sicuramente straordinario: si radica nelle palesi discriminazioni di cui erano oggetto le donne, prive di diritto di voto, soggette alle decisioni parentali e maritali, sottopagate, sottovalutate nelle loro capacità, abilità, potenzialità, attitudini (erano considerate inadatte ad alcune professioni!), relegate dall’ideologia fascista a mere fattrici e compie un passo rivoluzionario, ne sancisce l’uguaglianza con l’uomo. Uguaglianza non è parità, è vero, ma è un bel traguardo!
In cosa affonda le sue radici? Nel suffragio universale che segna la costituzione, le conferisce una spinta innovativa nell’impianto, cui contribuiscono anche 21 donne. I tempi sono più maturi, connotati da una tensione alla trasformazione, che faticosamente ha consentito alle donne di diventare cittadine, frantumando il paradigma del genere. Il voto alle donne ne riconosce la piena cittadinanza politica, ne sancisce un diritto inviolabile in uno stato democratico finalmente fondato sulla sovranità popolare, all’insegna di una democrazia duale, in cui le differenze tra i sessi sono considerate non discriminatorie ma arricchenti.
Sì, è vero, è ancora uguaglianza formale ma si apre la strada a quella sostanziale.

Accanto all’articolo 3 va posto l’articolo 29:
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

La Repubblica riconosce la famiglia quale cellula della società basata sul matrimonio in cui ai coniugi riconosce pari dignità tesa a evitare qualunque forma di sottomissione o sudditanza umiliante dell’uno o dell’altro. E’ pur vero che solo nel 1975 la riforma del diritto di famiglia porrà la parola “fine” alla famiglia patriarcale, adeguandosi ai mutati costumi ma  l’articolo 29 contiene in nuce grande attenzione ai diritti non solo degli uomini ma anche delle donne

E giungiamo all’articolo 37:
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.”

La precisazione che alla donna spettino sia trattamento che retribuzione uguali a quelli maschili è la chiara ammissione dell’esistenza di squilibri evidenti tra uomini e donne. D’altro canto, anche qui c’è uno sforzo, un impegno da parte della repubblica sia a recuperare sia a tutelare le donne, anche nel mondo del lavoro; donne che ahimè, ne hanno viste, sentite, provate e subite di tutti i colori.
Nel ‘77 la 903, a integrazione della 1204 del ‘71, sulla base del ricco bagaglio legislativo maturato negli altri stati europei, cerca di attenuare disparità di fatto e privilegi ma soprattutto avvia il meccanismo delle cosiddette azioni positive che da una parte proteggono le donne dalla discriminazione, dall’altra ne promuovono il talento, ne riconoscono capacità, abilità, potenzialità, compiendo un altro passo verso la parità.
Le azioni positive, avviate lentamente e costantemente, mirano in pratica a realizzare una politica di uguaglianza sostanziale tra uomini e donne, ovviamente per quanto possibile, e con tutti i limiti determinati da atavici pregiudizi e da stereotipi femminili umilianti e umiliati, riduttivi e limitanti che ancora oggi pervadono la cultura a tutti i livelli, pregiudicando uno sviluppo libero e armonioso della personalità, di una crescita identitaria e una costruzione del sé femminile e maschile. La legge n. 125 del ‘91, “Azioni positive per le donne”, mira a rimuovere quegli ostacoli d’ordine culturale che creano disparità di fatto tra uomini e donne nella formazione scolastica e professionale. Nel 1985, 3 giugno, il Consiglio dei Ministri vara una serie di misure miranti a evitare la segregazione formativa e nel 1997, il presidente del consiglio dei ministri vara con sua direttiva “Azioni volte a promuovere l’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne”, i cui cardini sono empowerment e mainstreaming al fine di realizzare strategie per eliminare la perdurante marginalità femminile.
A questi provvedimenti legislativi che ho citato, altri hanno fatto seguito, quali strumenti usati dal legislatore per superare alcuni ostacoli frapposti al raggiungimento del traguardo della parità.
Alcune conquiste sono indubbie ma la strada da percorrere per una vera parità è ancora lunga e costellata di ostacoli ma certamente la colpa non è della Costituzione anzi….se leggiamo con attenzione l’articolo 3, è al suo interno, a mio avviso, la chiave che rende grande il potenziale della nostra Carta Costituzionale.
Al secondo capoverso detta:  “E’compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, ( culturali) che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”                       .
E’ un invito palese a promulgare e far rispettare le leggi che rimuovono gli ostacoli che impediscono l’effettiva parità, caso per caso, al fine della realizzazione di una politica di uguaglianza sostanziale ed effettiva.
In alcuni settori formativi le donne sono ancora sotto rappresentate e nelle nostre periferie la donna è ancora oggi considerata un disvalore nonostante abbia dimostrato abbondantemente di essere diversa sì, ma non inferiore all’uomo.
La Costituzione italiana è una strada ben definita, perspicace e lungimirante, che orienta verso i mutamenti necessari per conseguire l’uguaglianza sostanziale; un punto di riferimento imprescindibile; una strada che suggerisce di rimuovere le barriere che di volta in volta, a secondo dei tempi e dei mutamenti sociali sono da superare. E desidero chiudere questo mio intervento con le parole sagge e sentite di Pietro Calamandrei, a dir poco illuminanti per i nostri governanti, per noi e per le nuove leve:  “La nostra costituzione è in parte una realtà, in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!”

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Docente di Humanae Litterae. Pluriabilitata, plurispecializzata nel settore dell’handicap e nei linguaggi non verbali, formatrice di docenti con ex Provv. studi di Napoli e Caserta, con l’Università di Tor Vergata e con la Federico II, giornalista pubblicista, autrice e curatrice di pubblicazioni non venali, già vicepresidente 29° Distretto Scolastico, Volontaria del Soccorso del CLNN-CRI, ha fondato l’Associazione culturale “Clarae Musae”, di cui è presidente allo scopo di continuare a promuovere cultura. E’ componente-giurie di certamina latino-greci e premi letterari; attualmente è anche Presidente dell’Associazione ex alunni del liceo Garibaldi.