FOTO: FONTE: WIKIPEDIA

Di Gianni Bianco – Eravamo i tifosi del Napoli, quelli che aspettavano i calciatori trentenni che a Napoli ci venivano per guadagnare qualcosa di soldi a fine carriera, Sivori e Altafini su tutti. Qualche sussulto, qualche secondo posto e mentre Cristo di era fermato ad Eboli, gli scudetti si fermavano a Roma. I grandi Club che avevano vinto uno o più campionati erano. Torino, Genoa, Juventus, Inter, Milan, Pro Vercelli, Casale, Novese, Bologna, Fiorentina, Verona, Roma, Lazio. Quando Maradona arrivò al Napoli la squadra era da metà classifica, in un campionato che intanto era diventato il più bello del mondo dopo la vittoria al Mondiale di Spagna. Mancava solo Diego, tutti gli altri grandi erano già qui in Italia, divisi in tutti i club di serie A, dalle grandi alle piccole. Dopo un primo anno da metà classifica, di più non si poteva, il Napoli raggiunse l’ottavo posto, arrivarono calciatori veri, soprattutto Italo Allodi nella veste di Direttore sportivo portò: Garella, Renica, Giordano, Pecci, Buriani, le cose migliorarono col il terzo posto finale e la partecipazione alla Coppa Uefa. Eppure proprio nel campionato 1985-1986 una data rimarrà nella storia quella del ​ 3 novembre 1985. Una giornata infernale in città, il traffico, il caos a Fuorigrotta, dei parcheggi, non ne parliamo. Lo stadio era strapieno, c’era la Juventus dei campioni del mondo più Platini e Boniek, la squadra campione d’Europa. Erano quindici anni che il Napoli in campionato non batteva la Juve, solo una serie interminabile di sconfitte in casa e fuori, un pareggio, nella migliore delle ipotesi. In un campo che era un pantano a tre quarti di gara una punizione a due in area della Juve, Pecci è al fianco di Maradona, il centrocampista alza di quel poco il pallone e Diego segna su punizione un goal con una traiettoria impossibile. Ero lì, in Curva B, il display segnava il ventottesimo minuto e tutta la pioggia che era caduta e sarebbe ancora caduta fino al 90′ e oltre, non fermò l’esultanza che ne conseguì. In città al ritorno guardavo la gente festeggiare per strada, come se avessimo vinto lo scudetto. Da quella partita il Napoli entrò a pieno titolo nella corsa per lo scudetto, arrivò invece un meritato terzo posto dietro la Juve e la Roma di Falcao. Lo scudetto arrivò l’anno successivo e poi il secondo nel campionato 1989/90; la Coppa Italia 1987; la Supercoppa d’Italia 1990; la Coppa Uefa 1989/90, a parte il Mondiale vinto a Città del Messico nell’edizione 1986 che lui stesso alla fine della premiazione unì al desiderio di vincere a Napoli. Sono passati trentacinque anni da quel giorno e a rivedere quel goal mi emoziono sempre allo stesso modo, reputo quella rete la più importante della storia del Napoli. In questi giorni tutto il mondo parla della morte di Maradona che è stato capace di sconfiggere anche il Covid -19 nell’opinione dell’intero emisfero. La scena più bella è stata vedere il capitano dei mitici All-black, i campioni del Rugby neozelandese, depositare al centro del campo prima di una gara, la loro maglietta nera con il numero 10 e la scritta Maradona. Quando ho saputo la notizia la cosa mi ha colpito nel cuore, come quando perdi un amico, un fratello. Maradona ha cambiato il calcio rendendolo più umano, più vicino alle realtà, anche le cose difficili da accettare, come le sue origini, umili, povere ma che non ha mai rinnegato, anzi. Eppure alla tristezza della sua scomparsa si contrappone il piacere di essere stato fortunato nel vivere da tifoso, da coetaneo la sua storia, la sua vita, il suo mito, in parte devo ammettere compiendo gli stessi errori. Ci separano due mesi di differenza, compirò sessant’anni a gennaio e ritornerò, come spesso accade con la musica ai miei vent’anni e guardando le sue gesta, le più belle nello stadio del Napoli che sarà intitolato a Maradona. Solo chi era lì in quegli anni può comprendere cosa sto dicendo, che cosa accadeva da quando Maradona entrava per il riscaldamento o quando usciva per alla fine per andare negli spogliatoi con i cori che intonavano il so nome, le sue canzoni. Abbiamo ascoltato le più grandi nefandezze ai danni di Maradona, oggi come ieri, è vero non era uno stinco di santo ma nemmeno quel demone che hanno spesso disegnato ed ha pagato, tutto o quasi . Maradona di sicuro non le mandava a dire, era sempre dalla parte dei deboli e spesso ha pagato questa sua indole, dannata e rivoluzionaria. Troppo spesso il genio si legato alla sregolatezza, vale per Diego e tanti altri ma oggi, oggi ​ che è andato via, sarà giudicato da qualcun altro più autorevole degli inutili commentatori che vivono di fango e sciacallaggio. Io ho amato il calciatore, ammirato l’uomo, con tutte le virtù e i difetti ed oggi a distanza di qualche giorno dalla sua scomparsa ho espresso il mio pensiero in maniera spero meno emotiva. La foto che accompagna l’articolo è emblematica di una persona stanca e forse lo era, sola e forse anche questo è vero ma una cose è certa: non si è mai rassegnato ad essere considerato solo un calciatore o una star, ma anche e soprattutto un Uomo, per quanto mi riguarda un grande Uomo ed è per questo che l’unica cosa che posso dire è “grazie Diego, per tutto”.

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