Fra le tante conseguenze negative della pandemia di Covid-19, le restrizioni alla libera circolazione delle persone hanno peggiorato ulteriormente le situazioni di violenza all’interno delle mura
domestiche. Molte donne si sono ritrovate recluse in casa, in compagnia di uomini violenti, maltrattanti, senza alcuna possibilità di abbandonare l’abitazione.
Tra le violenze di genere oggi la normativa include anche il revenge porn, espressione inglese che significa vendetta pornografica, ed indica la condivisione pubblica di immagini fotografiche o
video intimi attraverso i social, senza il consenso della, o del, protagonista dei video. Nel nostro Paese, secondo un dossier di novembre del Servizio analisi della Direzione centrale della Polizia criminale, si verificherebbero in media due episodi di revenge porn al giorno, con 1.083 casi segnalati in corso di indagine di diffusione illecita di immagini o video “sessualmente espliciti” con l’81 per cento di vittime di sesso femminile, la Lombardia in testa alla classifica, seguita da Sicilia, Campania ed Emilia Romagna.
La pubblicazione, per esempio sui social, avviene solitamente con l’intenzione di umiliare la persona coinvolta. E proprio per questo, spesso le immagini sono condite con elementi che riescano a far identificare la persona ritratta: nomi, provenienza, indirizzo, numero di telefono, profili social.
Dopo i numerosi eventi di cronaca nera, legati proprio al “revenge porn” in alcuni paesi hanno provveduto a pubblicare norme legislative per contrastare questo pericoloso fenomeno. Chi mette in pratica il “revenge porn” può essere accusato di molestia, violazione della privacy, diffamazione e istigazione al suicidio. Risponderà del reato chi faccia circolare il contenuto illecito tramite chat di messaggistica come WhattsApp o Telegram, oppure mediante pubblicazione su social network quali ad esempio Facebook, o ancora chi lo pubblichi su siti internet oppure lo diffonda attraverso piattaforme peer to peer.
Naturalmente la maggior parte delle violazioni avvengono mediante l’utilizzo di strumenti informatici; tuttavia il delitto di “revenge porn” sussiste anche se attuato mediante distribuzione fisica di fotografie o video.
In Italia, solo nel luglio del 2019, arriva la legge n. 69 che all’articolo 10 ha introdotto il reato di revenge porn, con la denominazione di diffusione illecita di immagini o di video sessualmente
espliciti. La norma sul Revenge Porn fa parte del disegno di legge Codice Rosso, un insieme di articoli che interviene sul tema della violenza di genere. Tra le novità: corsia preferenziale per
denunce su violenza di genere, aumento delle pene per i reati di stalking, maltrattamenti e violenza sessuale, raddoppio dei tempi di custodia cautelare, introduzione del reato di sfregio al viso.
La legge n°69 , dunque ,ci mette in linea con altri Paesi che già la prevedono, Germania Inghilterra, Israele e Giappone, dove vengono presentate in media 6.800 denunce all’anno.
L’emendamento che trasforma il Revenge Porn in un reato è stato votato all’ unanimità alla Camera. La pratica di pubblicare on line video o foto erotiche per vendetta ha già causato vittime,
tra cui Tiziana Cantone, la donna napoletana di 33anni che si è tolta la vita nel 2016.
Sono numeri spaventosi quelli che vengono fuori dopo il primo anno di applicazione del Codice rosso. Reati nuovi di zecca e per i quali, dunque, non c’è confronto. Ma i numeri assoluti (che
ovviamente non tengono conto di un sommerso ancora enorme per una paura e una resistenza alla denuncia ancora dure da vincere tra le donne) parlano chiaro e restituiscono una radiografia
davvero allarmante di nuove e vecchie violenze, uniche a non diminuire neanche durante i mesi di lockdown in cui migliaia di donne sono rimaste chiuse in casa prigioniere dei loro aguzzini.
Il Revenge Porn dunque è una violenza di genere che ha la sua matrice nel sessismo che considera il corpo delle donne un oggetto da desiderare, discriminare, manipolare utilizzandolo in
maniera minacciosa, estorsiva, violenta. Si tratta di una cultura patriarcale viva nel mondo reale e trasposta in quella virtuale colpendo,soprattutto le più giovani.
Michela Murgia, scrittrice tra le più amate del nostro Paese, aggiunge: «Il voto unanime alla Camera ha sorpreso anche me, considerato che questo parlamento sul fronte delle questioni di
genere è tutt’altro che all’avanguardia. Credo dipenda dal fatto che l’atto di pubblicare materiale sessuale per vendetta viene percepito come un “reato digitale”, non come l’estensione
tecnologica dell’antichissimo “ti rovino la reputazione”. Più che contro il Revenge Porn, sembra un voto contro il mezzo con cui lo si commette. Tuttavia, senza dubbio per me è un problema
patriarcale,non digitale. Un uomo di cui circolassero le immagini erotiche non andrebbe mai incontro al giudizio sociale a cui sarebbe esposta una donna nella stessa situazione».
Michela Murgia,è convinta di una cosa: «Fuori da un progetto sistematico di lotta alla discriminazione di genere, ogni norma finisce per avere una utilità fine a se stessa. Se non permetti
nelle scuole l’educazione di genere che previene le cause di questi comportamenti, penalizzare le conseguenze è una battaglia fuori tempo».
Ed in tale contesto ,per formare ed informare , nasce l’ iniziativa del Lions Club International, che ha organizzato per il 30 gennaio alle ore 10, un incontro dal tema “Dal Revenge Porn allo stuprol’era della cultura dei corpi delle donne oggettivizzati- .
Tra le associazioni che hanno aderito all’iniziativa c’è anche L’Ancora Del Sorriso, di cui è presidente la dott. ssa Susy Silvestri, che denuncia la violenza di genere con azioni concrete di
sensibilizzazione sul territorio come gli sportelli di ascolto, il gratuito patrocinio e l’installazione della prima panchina rossa a Casoria presso la sede del distretto sanitario, simbolo della lotta alla
violenza di genere ed al femminicidio.

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