di Margherita De Rosa – Nei giorni 23 e 24 marzo uu.ss.,presso il teatro Sant’Antonio, sito in viale Sant’Antonio in Afragola, adiacente all’omonima Pontificia Basilica minore, retta dai frati francescani dell’O.f.m, è stata rappresentata un’opera di tutto riguardo e di notevole spessore, scritta dal giovano talento afragolese Gennaro Carrano. Con il patrocinio della PRO LOCO, dunque, la compagnia “Serissimamente Scherzando” ha messo in scena il toccante e, a tratti, sconvolgente testo “Creatura Nova” ; interpretata da Giuseppe Loffredo, Fausto Bellone, Tommaso Tuccillo, Anika Russo, Domenico Valentino, Liana Coppola e dalla giovanissima Fabiola Favicchio, diretti in maniera eccellente dalla regista, nonché adattatrice del testo alla performance teatrale, Monica Balsamo, l’opera ha affrontato tematiche scontanti e quanto mai attuali, quali l’abbandono degli anziani e l’abuso sessuale consumato all’interno di quello che dovrebbe essere il nido domestico, luogo di sicurezza e di affetti trasparenti e duraturi. Invece, è proprio all’interno di quelle mura che sarebbero, teoricamente, il tempio del più puro tra gli amori, viene perpetrato un vero e proprio abominio, quale lo stupro che un fratello ( se così può essere definito colui che si macchia del più atroce dei delitti, anche se immune da spargimenti di sangue, almeno in questo caso) realizza ai danni della docile e religiosissima sorella, che subisce, si chiede il perché, ma perdona…forse  proprio il suo gesto di profondo amore, un amore che non viene leso dalla sporcizia morale di un atto incestuoso, a far sì che il germano si penta: un pentimento sofferto, che passa attraverso un monologo interiore doloroso e lacerante, nel cui corso, il “mostro” si chiede come sia potuto accadere ciò e lascia intendere che un sentimento forte lo lega alla donna di cui ha abusato, un trasporto che nasce forse dall’aver frainteso le cure amorevoli con una passione puramente erotica, forte a tal punto da far sì che egli percepisca l’odore della pelle di lei anche a distanza, lei, che è la sorella, come un tarlo gli trivella la mente, fino all’irreparabile… ora c’è da chiedersi come ciò possa accadere, quale sia la molla che scatena comportamenti tanto aberranti…l’ambientazione dell’opera lascia intravvedere un certo degrado culturale e una notevole deprivazione morale, perfettamente incarnate dall’ignobile fratello, a cui però fa da contraltare la bontà e l’estrema purezza dei sentimenti della donna, sulla cui etica personale però qualcuno, ancora più abietto del mostro, avanza dei sospetti, quasi come se il tutto fosse stato di gradimento della vittima…ed ecco che viene affrontato un altro argomento di bruciante drammaticità: il silenzio delle donne, per non tacere di quello delle giovani vittime di comportamenti pedofili “familiari” e non…la vergogna, il sentirsi colpevoli e sporchi: questa è l’idea che si insinua subdolamente e costruisce, cementandolo sempre più, giorno per giorno, il muro dell’incolpevole omertà…chi subisce l’abuso, suo malgrado, si ritrova in un vortice di autoaccuse, il sentimento predominante è un’irrazionale vergogna, che blocca, annienta, distrugge e vieta che si denunci il reo, specie se costui è un familiare…la protagonista perdona e induce alla conversione, ma in lei resterà indelebile un segno che ha sporcato la sua anima innocente e ha devastato la sua psiche in maniera inesorabile, complice quel silenzio che lei stessa si è imposta, in nome di un amore che supera ogni crudeltà, ogni follia, ogni abominio. Sul tutto poi aleggia la sofferenza accusatrice di una madre chiusa in un ospizio, probabilmente vittima anch’essa dell’egoismo di un figlio degeneree della fragilità di una donna troppo impegnata nel mandare avanti baracca e a proteggere quel fratello che poi si rivela il suo aguzzino…un dramma familiare che lascia l’amaro in bocca e, se da un lato si dimostra che il perdono è il mastice unico su cui poter riedificare anche i frantumi di un’anima in rovina,resta la certezza che il “silenzio degli innocenti” è pur sempre l’ancora di salvezza dei depravati, che non saranno adeguatamente puniti da una giustizia che ignora, nello specifico; tuttavia, si fa strada l’ipotesi che, comunque, gli stessi si macereranno nel fango della loro colpa e , chissà, forse un giorno ricorderanno di essere uomini, ma pure se fosse, il malfatto rimane nella mente della vittime e del carnefice come uno stigma che rende diversi, inferiori, peggiori…un plauso all’autore, dunque, che ha saputo trattare in maniera diretta e senza infingimenti problemi di così grande drammaticità e un particolare riconoscimento va alla regista, che con la sua bravura è riuscita a creare un’atmosfera di profonda suggestione, in cui emozioni dolorose hanno lasciato comunque spazio ad un barlume di speranza: sta agli uomini riappropriarsi di quella “buona volontà” caduta ormai in disuso…cambiare è possibile, laddove la misericordia spalanca le sue ali, a patto che nel profondo di ciascuno sia rimasto uno spazio, piccolo, per ascoltare la voce della propria coscienza, che è poi la voce di Dio….un grazie sentito è sicuramente da attribuirsi al parroco della basilica di Sant’Antonio, padre Luigi Campoli, che tutto ciò ha consentito, e a coloro che hanno permesso agli spettatori di commuoversi, riflettere, vivere emozioni autentiche, rivalutando quello che da sempre il teatro rappresenta: lo specchio della vita e, nei casi ben riusciti, come appunto questo, la vita nella sua più profonda essenza, sia essa quella del bene o del più terribile dei mali.

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